Rinascita - 18 maggio 2005  

Incontriamo Andrea Pinketts e il suo ultimo libro a ‘Le Trottoir’, storico locale milanese

Milano da bere e Pinketts da leggere

Milano. Ore 18 e 30. In Corso di Porta Ticinese un fiume di gente ci scorre davanti. Ci immettiamo anche noi in questo corso d’acqua, alcool e di gas di scarico, ma solo per pochi secondi. Giusto il tempo di raggiungere l’isola del Trottoir.

Pinketts ci aspetta fuori. Al Trottoir la vita non è ancora entrata a pieno ritmo. Così possiamo salire al primo piano nella famosa “Sala Pinketts” senza essere disturbati. Qui, in una sala consacrata a lui che ricrea a suo modo le fattezze del vecchio “Le Trottoir” di C.so Garibaldi, in una girandola di murales multicolori, A.G.P. scrive e ha scritto quasi tutti i suoi romanzi. “Eh, ma ho fatto fatica ad abituarmi”, dice “il Trottoir storico aveva di buono che era aperto ad ogni ora, adesso invece anche qui aprono alle sei”. D’altronde i traslochi sono sempre traumatizzanti. Specie per chi in quella casa ci stava da una vita letteraria.

Lui, una birra, un sigaro (alla faccia dell’ex Sirchia) e la sua inseparabile penna Mont Blanc. Completo chiaro e cravatta a righe arcobaleno.

Così inizia, la nostra intervista con Pinketts.

Già ‘nostra’. Perché anche se l’intervista la conduco io, come ogni capo tribù che si rispetti, vengono in delegazione anche due squaw, Sabina e Valentina, scrittrici ‘in prateria’ e un Urone impazzito, Max, specializzando nelle aggressioni ai portatori di Amplifon.

Mentre vengono serviti i beveroni, senza i quali non potremmo iniziare l’intervista, accendo il registratore.

CT: “Allora Andrea, il tuo libro ‘L’ultimo dei Neuroni”, è una raccolta di racconti paradossali sulle paure della gente…in  fondo per cercare il ‘mostro’ non si deve andare tanto lontano…

AGP: “Beh, io non la definirei proprio una raccolta di racconti. C’è un filo che lega tutti queste storie. Ed è quando i Neuroni, ‘i pellerossa del cervello’ davanti al fuoco si raccontano storie o leggende metropolitane che segnano, attraverso situazioni paradossali, le paure dei nostri tempi. Sono più delle contaminazioni che dei racconti. Infezioni dal mondo dei fumetti, dalla televisione, dal mondo dell’horror. Anche negli altri libri, come ‘Il dente del pregiudizio’ c’è un filo che lega tutti i racconti: la poltrona del dentista. O in ‘Io, non io, neanche lui’ tutto parte e scorre attraverso gli incontri con la dottoressa B., analista transazionale. Tornando a ‘l’ultimo dei Neuroni’ c’è una storia in particolare che mi è piaciuta più delle altre, ‘In piedi sulla culla’. Terrificante. Ecco, mi son detto: “dopo che sei riuscito a scrivere una storia del genere puoi fare qualsiasi cosa…

Cosa non piace a Pinketts di questa società?

Non mi piace la Milano delle boutique, quella preconfezionata. Non mi piacciono gli ‘yes man’, con i loro abiti tutti uguali. Quelli mi fanno paura. Sono quello che non avrei mai voluto essere. E non sono.

Lazzaro Santandrea, il tuo alter ego, lo potremmo definire un eroe immorale? In fondo lui non è un ‘buono’, eppure ha un certo senso della giustizia…

Lazzaro più che un eroe immorale, o amorale, lo definirei un eroe immaturo, gli è rimasta una parte di bambino. E come tutti i bambini è cattivo. Ma sa anche essere giusto. E vendicativo. Il personaggio cresce negli anni, come Milano. E, come la città muta nel tempo, così il personaggio”.

Che cosa avrebbe fatto Pinketts se non avesse fatto lo scrittore?

Pinketts non ha fatto solo lo scrittore, ha fatto tante cose. Il modello, il copywriter, l’istruttore di arti marziali, il giornalista. E, in fondo, fare lo scrittore non è un lavoro. Anche quando non scrivi sei uno scrittore. E’ un po’ come Newton che sta sotto l’albero. Se passi e lo vedi ti chiedi ‘Ma che cazzo sta a fare sotto l’albero?’ Sembra che stia lì a fare niente. In realtà sta aspettando che cada la mela per scoprire la legge di gravità. Così è lo scrittore. 

Parliamo un poco della tua carriera giornalistica. Tu hai iniziato a scrivere per “Il Candido” di Pisanò e poi sei passato a Panorama…

Beh, in realtà prima di andare a Panorama ho scritto per molte altre testate. All’inizio al Candido ci davamo dentro contro i socialisti. Era un giornale ‘battagliero’. Pensa che in quel periodo ero pure stato con la figlia di Pillitteri…

Dopo ho lavorato per “Il Giorno” in cronaca nera e per diverse testate femminili. Poi è arrivata l’occasione per il giornalismo investigativo con Esquire, una rivista americana, e infine con Panorama.

Riordiniamo un secondo giro di beveraggi. Dopo un ‘Mojito’, per me è la volta di uno ‘Sbagliato’, mentre Pinketts continua con la birra. E fa bene. “Chi beve birra vive cent’anni”. Dopo due medie e un paio di cocktail, il mio senso della realtà incomincia a perdere qualche pezzo.

“Tre libri che consiglieresti?”

Per la mia formazione cos’ha contato? Mark Twain, “Le avventure di Tom Sawyer’, sicuramente. E poi “Fiorirà l’aspidistra” di Orwell e Shakespeare. Tutto Shakespeare. Da piccolo andavo spesso al Teatro Nazionale”.

“Per questo ora hai deciso di cimentarti anche nel teatro?”

Sì, anche se in realtà non interpreterò una parte vera e propria, ma sarò la voce narrante in “Pericle il principe di Tiro” di William Shakespeare, appunto. L’idea era proprio quella di far fare la parte del ‘narratore’ ad uno scrittore, un narratore, quindi. E l’idea mi è piaciuta. Siamo all’Ariberto, in Via Crespi, fino al 21 maggio.

“Lo spettacolo andrà in scena anche in altre città?”

Credo di sì. Ma io non lo seguirò, ho troppi impegni con la promozione del libro e con la scrittura di quello nuovo”.

“A proposito di mondo dello spettacolo, ultimamente ti si vede spesso in televisione…”

Sì, mi piace andarci. Ma a modo mio. Mi diverte l’idea di andare in televisione e dire tutto quello che voglio, come se fossi al bar. Ma se dovessi fare il bravo presentatore, allora no, non lo farei. Credo che continuino ad invitarmi perché piace il mio essere sopra le righe. È per questo che mi chiamano. Sono stato diverse volte all’’Italia sul Due’  ed a Markette, dove sono stato ospite fisso per le prime quattro puntate. Prossimamente dovrei partecipare ad un’altra puntata. Mi piace il programma ed anche Chiambretti. Dovevo essere un opinionista fisso, ma forse non ero il tipo adatto. Rispondo per le rime e non sarei stato certo una semplice ‘spalla’ per Chiambretti, ed allora la cosa è sfumata.”

“Come mai questa amicizia con Califano?”

Una delle prime interviste che mi mandarono a fare fu proprio con Franco Califano. Io non sapevo neanche una sua canzone. Non sapevo nulla di lui. Allora la buttai sul ‘filosofico’: gli chiesi ‘Ma chi è Califano?’, in realtà perché io non lo sapevo veramente chi fosse. E Califano mi rispose parlando di se stesso in terza persona. La cosa mi piacque. Con lui è stata proprio una questione di pelle. Forse più che una questione di pelle è stata una questione di palle.

“Perché hai deciso di scrivere noir?”

Il noir, non il semplice poliziesco, è un genere complesso, che permette di descrivere il lato oscuro della società. Era questa la mia idea: mostrare il lato oscuro dell’epoca in cui ero giovane ed iniziavo a scrivere, gli anni ottanta. In quegli anni Milano, la mia città, nella quale sono ambientati molti dei miei libri, era ‘la Milano da bere’. Io volevo mostrare il suo volto vero, il suo volto crudele, come era stato fatto da altri per un’altra epoca di apparente benessere: gli anni sessanta.

A mostrare il volto oscuro dell’Italia c’erano, ad esempio, i film di Dino Risi. ‘Il sorpasso’. Io ho voluto descrivere gli anni ottanta col noir.

“E la scuola dei duri?”

Quando ho iniziato a scrivere, c’era tutta una generazione di giovani scrittori che stava iniziando a cimentarsi col genere poliziesco e col noir. Ora sembra facile, anzi il noir è quasi diventato una moda. Ma allora non era così, era considerato un genere minore, era disprezzato dai cosiddetti intellettuali. Coi miei coetanei che scrivono noir siamo amici. Ci rispettiamo. Certo, preferisco essere io quello che vende di più, ma comunque, se anche a loro va bene, mi fa piacere.

“Ti hanno paragonato a Bukowski…”

La cosa mi lusinga, certo. Linda Lee Bukowski vuol far tradurre in inglese i miei libri. È un grande autore, come Fante o Algren. Mi hanno anche definito il ‘Vasco Rossi della letteratura’ ma io potrei dire che lui è il Pinketts della musica. Voglio dire, certi paragoni sanno di provincialismo.

“Cosa consiglieresti a un ragazzo che voglia fare lo scrittore?”

Di non arrendersi, di continuare a insistere, di partecipare a tutti i concorsi letterari, tranne a quelli che chiedono soldi, e di stare nel giro. Di non pubblicarsi i libri a proprie spese, ma di continuare a mandarli alle case editrici, anche a costo di dover aspettare dieci anni, come ho fatto io. Insomma, di rompere i coglioni”.

 

Cristiano Tinazzi

 

 


 
 
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