OGGI

20 FEBBRAIO 2017



IL GIORNALE

27 DICEMBRE 2016


Klaus e Jesus la strana coppia che porta la morte invece dei regali


In realtà il titolo di questa storia postnatalizia era «Falle la festa», ma facendo i conti col femminicidio, con gli stupri e gli incesti, consumati anche in famiglie allargate, tutti i santi giorni dell'anno, ho deciso di degradarlo a sottotitolo.
Sono troppo buono? Politicamente corretto? O mi sto semplicemente parando il Klaus? Vedete voi. Anzi leggete voi questo racconto poco edificante. Del resto non sono né un moralista né il titolare di un'impresa edìle.
L'importante non è ciò che bolle in pentola. Ciò che conta è chi bolle in pentola. L'essenziale è che chiunque stia bollendo in pentola, non sia tu. Per fortuna non si tratta di me, né di voi.

La persona che stava per essere bollita in pentola rispondeva al nome di Stella Cometa, una virago di centoventi chili, quindi al presente poco eterea, che in un passato lontanissimo, incredibilmente era stata un'etèra, una dama di compagnia, da letto a baldracchino, laureanda in Filosofia, suonatrice di flauto traverso e brillante conversatrice.
Una gran bella topa ﴾l'avrebbe recensita Pietro L'Aretino﴿. L'antitesi del fiabesco pifferaio magico dei fratelli Grimm,in quanto era lei, la roditrice, a incantare i pifferai per farsi seguire sino al gorgo del piacere carnale. E sappiamo tutti che l'orgasmo è una piccola morte.
In gioventù Stella Cometa avrebbe potuto dare dei punti anche ad Archeanassa, la squinzia di Platone. Poi, nei primi anni '70 del secolo scorso, la bella etèra si era volutamente fatta ingabbiare nella trappola per tope del femminismo militante. «Signore si scende» un cambiamento radicale. Non che Stella avesse smesso di rallegrare i musici ma era
diventata una stella cadente.
Con lei potevi esprimere ancora ogni desiderio ma eri costretto a sorbirti un comizio quando faceva l'amore di gruppo. Il sexappeal dei tempi d'oro si era convertito in un sacco a pelo ipertrofico.
A sessantasei anni Stella cadente, la brillante dispensatrice di gioia effimera, aveva già al suo attivo una corposa e corpulenta serie di pubblicazioni di successo tra le quali è opportuno ricordarsi i titoli «Eros e tabacco», «Priapo a pezzi», «La castrazione chimica del castrismo machista».
Era ricca, famosa, ingorda come una anaconda. E amata. Non da tutti in realtà. Uno dei motivi per i quali durante quei giorni neutri che imbarcano Natale sino all'Epifania, in una Milano addobbata come l'Expo ﴾ormai expo﴿, in una città gelida e vorace come un orchistar, in una Mediolanum che imitava Dubai, camini a parte, qualcuno voleva far bollire Stella in un pentolone. Forse.
Forse per invidia nei confronti di un corpo che era stato cosmico o quantomeno stellare, di un'intelligenza libertaria e libertina, imprigionatasi in una sorta di clausura nei confronti di tutto ciò che non fosse mediatico e ominicida.
Quel qualcuno di cui stiamo parlando, sono questi due qua.
Quello grosso si chiamava Klaus. Una pancia da Serial Drinker di birra artigianale e non. Due occhietti rossi come la tuta extralarge che ne conteneva a malapena l'esuberanza birresca.
Klaus sfoggiava una barba bianca che sembrava zucchero filato nel Luna Park di una discarica. Dava l'idea, confermata dall'afrore che emanava sfidando il gelo, di uno che aveva fatto l'ultima doccia durante la prima guerra del Golfo. 1991 dopo Cristo. A proposito di Natale. Non era un santo bevitore. Bevitore, questo sì. Santo, manco il giorno del suo onomastico.
Le interminabili feste natalizie che si sarebbero protratte fino al sei gennaio, inspiegabilmente il giorno della lotteria di Capodanno, rendevano Klaus anacronistico. Somigliava vagamente a Babbo Natale. Ma a un babbo natale fuori tempo massimo. Uno reduce da una bisboccia cisposa. Klaus sembrava un clochard conciato per le feste, vestito in rosso Ferrari. Ovviamente, non era un babbo natale in ritardo, Santa Claus guida le renne. Lui, una scassatissima Renault.
Quello piccolo era veramente piccolo. In realtà di statura media, trattandosi di un nano. Nonostante i trentatré anni, aveva una faccia da bambino. Si chiamava Jesus. Nonostante il freddo porco, era vestito solo di un lenzuolo della madonna che, volendo, avrebbe potuto anche fargli da coperta. In effetti, ci dormiva dentro. L'unica cosa che aveva in comune con il suo corpulento partner in crime erano gli occhietti rossi che sprizzavano cattiveria etilica. Jesus
avrebbe perfettamente incarnato un pollicino perverso, un allucino ﴾un piccolo alluce﴿ allucinato. Naturalmente non era Gesù bambino in colpevole ritardo rispetto al proprio genetliaco. Gesù bambino si pasce tra un bue e un asinello. Lui, mandava ogni piano in vacca.
Il piano di Klaus e Jesus era genialmente primitivo. Nei giorni successivi a Natale, quando i veri ﴾?﴿ Santa Claus e Gesù bambino portavano doni ai bambini per interposta persona, loro due andavano a recupero. S'introducevano in villette isolate ai bordi di una Milano espansa ed espansiva. Razziavano. Stupravano. Picchiavano a sangue, a volte uccidevano, per poi sparire con la refurtiva sino alle prossime feste di Natale. Erano sadici da tredicesima. Animali
feroci da post Jungle Bells. Creature della giungla metropolitana che dopo l'Epifania andavano in letargo. Poi, sparivano nel nulla delle stelle gelide da cui erano scesi.
Stella cadente aprì la porta della sua villetta di Cubano Milanino, Milano Ovest. Sulla telecamera collegata al citofono, aveva visto una sorta di parodia tragica di Babbo Natale. Il Gesù bambino nano le era sfuggito. Essendo nano, appunto.
Lei non aveva paura di niente e di nessuno.
«Ah! Babbo Natale, e guarda un po', anche Gesù bambino...» commentò accorgendosi della presenza di Jesus «...vi vedo malconci e leggermente incazzati. Scommetto che appartenete alla stupida categoria degli strenui difensori del Santo Natale. Presumo che il motivo della vostra visita sia legato al mio articolo su Donna con le palle in cui affermo che Babbo Natale sia in realtà Mamma Natale e che Gesù Bambino sia, nonostante il maschilismo, Gesù bambina. Gesuina».
Klaus e Jesus si guardarono interdetti per una manciata di polvere di fate. Poi Klaus prese l'iniziativa. Ammollò uno sganassone postnatalizio a Stella che cadde al suolo. Ma l'exetèra
femminista non attese il gong. Si rialzò e colpì al naso il ciccione senza dimenticarsi di sferrare una ginocchiata alla testa del nano.
La fortuna aiuta le audaci ma solo sino a un certo punto. Klaus, ripresosi, riuscì a piazzare un pugno tamponato al cloroformio al naso di Stella. Stella Cometa perse i sensi, posto che Stella Cometa abbia un senso.
Quando si riprese, l'ex etèra si ritrovò incastrata nel pentolone di famiglia, un caro ricordo dei tempi in cui serviva il pranzo agli adulti in difficoltà nel dormitorio di viale Ortles insieme agli altri Vip benèfici che collaboravano con i City Angels, i volontari del bene, i cherubini della sicurezza e del disagio sociale.
La prima cosa che notò fu Jesus che si era denudato.
La seconda a entrarle in testa fu una focalizzazione sulla storia dell'arte: solo due artisti smutandanti avevano ritratto Gesù bambino nudo, non senza suscitare scandalo. Due artisti senza fasce: Beato Angelico, un nome un programma, e Lorenzo Monaco, anche lui, come predestinazione non scherzava.
«Adesso ti bolliamo viva» disse Jesus.
«Prima ci dovevi mettere il sale. Coglioncello» lo fulminò Stella.
Klaus che era meno sadico del nano ma più sessualmente rapace, chiese al socio «Bollirla e basta è uno spreco, posso farle la festa?».
«Falle la festa» concesse Jesus
La situazione stava degenerando. Anche se non siete di madrelingua inglese, penso che possiate avere un'idea fonetica e semantica del «Torture porn» ﴾un sottogenere cinematografico﴿, non preoccupatevi, non arriverò a tanto. Tanto vi ho già conciato per le feste.
«Ascoltami Klaus, ripensandoci, c'è voluta tutta la tua stazza per infilare quest'ammasso di lardo nel pentolone».
«Hai qualcosa contro gli ammassi di lardo?» s'informarono simultaneamente l'uomo in rosso e la signora nel pentolone.
«No. Figuratevi! Si tratta di un problema tecnico, non volevo offendere nessuno». In fondo Jesus era educato. Male, ma era educato.
«Il fatto è, mi sto rivolgendo a te Klaus, avresti potuto pensarci prima. È stata una faticaccia. Se proprio vuoi sollazzarti con questa polpettona, devi gestirtela tu, io mi limito alla tortura».
«E invece io, sono mia e mi gestisco io» ribadì Stella cadente. In effetti, era una donna speciale, come quasi tutte le donne sotto le stelle. Da guardare e non toccare, se non con il loro consenso. Stella era sempre stata una donna libera, il che non aveva impedito che al momento fosse imprigionata in un pentolone.
La notte delle feste stava trasmutandosi in una notte di Fiesta de sangre senza tori, senza corride, senza García Lorca, porca lorca.
Tensione al massimo. Un nano e un omaccione, figli di una giungla di palle luminescenti, si stavano sfidando a chi fosse più cattivo. Bella lotta!
Klaus era un predatore d'argenteria e di argento vivo. Jesus un modesto lucidatore di bare.
«Che ne facciamo di questa zoccola?» chiese Klaus al socio dominante.
Stella Cometa rispose invece di Jesus: «Cosa fare di me? Lasciatemi uscire da questo stupido pentolone e ve le suono a tutt'e due. Maschilisti del Klaus».
Klaus si rese conto che Stella sarebbe stata in grado di farlo, non appena si fosse liberata, perché era una donna libera.
«Senti, bolliamola e basta».
«Non ci avete ancora messo il sale, coglioncelli!».
«Dov'è il sale?» chiese uno dei due aguzzini.
«Ho proprio a che fare con degli incapaci. Siete riusciti a trovare un pentolone zanzato, da Mario Furlan dei City Angels, e non siete in grado di trovare del sale per cuocere».
Quando hai le palle, hai anche le palline da albero di Natale per infilzare ed addobbare. Un finto Babbo Natale e un finto Gesù bambino, due autentici babbi di minchia. Non sono all'altezza.
L'epilogo grandguignolesco di un rito omicida che avrebbe generato proseliti, non aveva previsto il pronto intervento di qualcuno, qualche due. Questi due qua.
Il ciccione era vestito da Babbo Natale perché era Babbo Natale. Il bambino indossava la veste di Maria che gli faceva da coperta. Non è che andassero molto d'accordo.
«Perché io devo portare i regali e tu ti limiti a ricevere oro, incenso e mirra, dai Re Magi?».
«Perché io sono un donatore sano» rispose Gesù bambino.
«D'accordo, abbiamo fatto il nostro tempo. Io sono eternamente vecchio e tu eternamente bambino. Però anche se siamo in ritardo, direi che è il caso di intervenire, da qualche millennio».
«Hai mai visto gli ultimi film di Sylvester Stallone, ormai bollito?».
«Non vado al cinema».
«Neanch'io».
«Beh, che uno creda o meno in noi, gli spetta una sorta di regalo: la giustizia. I cattivi devono essere puniti e noi fino a prova contraria, siamo contro i cattivi, a favore del beau geste».
Nonostante Santa Claus non si fidasse di Gesù bambino e viceversa, era necessario un intervento, tardivo rispetto al calendario ma assolutamente efficace.
I due veri ﴾?﴿ Babbo Natale e Gesù bambino stabilirono un piano d'azione e lo applicarono.
Stella non era alla frutta, era al sale. Una cosa in cui credi prima che qualcuno ti bollisca.
Due leggende irruppero nella realtà. Nonostante nessuno dei due fosse violento, Santa Claus stese Klaus e Gesù bambino stirò Jesus alla stessa altezza.
Stella Cometa, dal pentolone, scoprì che anche chi non ha fede può incontrare persone di cui fidarsi.
«Siamo arrivati in ritardo» disse Santa Claus a Gesù bambino.
«Non è questo il problema. Cosa ne facciamo di questi nostri squallidi plagiari?».
«Io, personalmente, li darei in pasto alle mie renne».
«Ma le renne non sono carnivore» obiettò Gesù bambino.
«In certi casi mi avvalgo della collaborazione di renne mannare. E tu?».
«Io, se fosse per me li crocifiggerei ma siccome ci sono già passato, sarei per il perdono».
«Bueno».
Klaus e Jesus ﴾il finto Babbo natale e il finto Gesù bambino﴿, si accorsero improvvisamente di essere stati miracolati.
Stella Cometa scoprì che di certe leggende ci si poteva fidare. Poi arrivò la Befana.

 Mar, 27/12/2016 - 08:58






IL GIORNO

08 DICEMBRE 2016



CULTURA

"La capanna dello zio rom": un noir contro i pregiudizi

Andrea Pinketts e la sua Milano fuori dagli schemi

 

di GIUSEPPE DI MATTEO
Ultimo aggiornamento: 
Andrea Pinketts

Andrea Pinketts

4 min

Milano, 8 dicembre 2016  - Alla fine della storia ti senti un po’ strano. Il ritmo narrativo segue una logica tutta sua: i personaggi ondeggiano sulle pagine, quasi divorati dalla loro stessa vita metropolitana in una Milano in preda a un disfacimento violento e a tratti bizzarro. Per leggere “La capanna dello zio Rom” di Andrea G. Pinketts (Mondadori) è consigliabile tenere alta la concentrazione, anche se a volte si ha l’impressione di perdere la bussola assistendo impotenti a una guerra di strada combattuta a suon di armi e forchette, raccontata con uno stile che mescola con arguzia poesia e tragedia. Ma alla fine il vincitore è sempre lui, Lazzaro Santandrea, segugio «esperto di resurrezioni» con un passato televisivo che si ritrova con il suo fare da gangster un po’ dandy (e viceversa) nel bel mezzo di una lunga catena di omicidi tra Milano e la Fiera del libro di Bucarest passando per la capanna dello zio Rom, una discoteca della periferia milanese che ospita esistenze strampalate e un piano diabolico di riscatto sociale che incarna un mito di palingenesi al contrario.  

Pinketts, mi tolga una curiosità: che tipo di romanzo è “La capanna dello zio Rom”?

«Certamente non un giallo. Io non ho mai scritto opere di questo tipo, anche se qualcuno mi ha definito il fondatore del noir di seconda generazione accostandomi a Fois e Lucarelli. In realtà il mio è un romanzo circense che ha per protagonista un grande domatore di leoni che gioca con l’equilibrio come io con le parole».

Lo stile del racconto è volutamente ironico e aggrovigliato, quasi a indurre un po’ di confusione nel lettore. Perché questa scelta?

«Questo libro è una specie di cavallo di Troia: attraverso il meccanismo del tendone da circo puoi dire quello che vuoi e a me piace farlo disorientando, raccontando il sociale e l’asociale, le risse da cortile e le poesie cantate. In fondo il confine tra farsa e tragedia ha la consistenza di un perizoma».

Al di là della trama il suo è anche, o dovrei dire soprattutto, un racconto che ha un grande significato sociale, perché sfata alcuni luoghi comuni.

«Assolutamente sì. Non a caso l’ho spesso definito un libro contro l’ignoranza, perché è nell’ignoranza che prolifera il razzismo. Le faccio un esempio: molto spesso i rom vengono confusi con i romeni e dipinti come criminali senza scrupoli. Il che è una stupidaggine. Nel mio racconto infatti diventano vittime, come spesso accade nella realtà, anche se poi non se ne parla. E per sdrammatizzare sono anche arrivato a scrivere che in realtà i rom derivano da Romina Power».

Sbaglio o in Lazzaro Santandrea c’è molto di Andrea Pinketts?

«C’è tantissimo. Direi che è il mio alter ego, può permettersi di dire cose delle quali io non posso parlare per non passare qualche guaio (ride). Ma Lazzaro è anche un grande avventuriero di se stesso o, se si vuole, un antieroe picaresco di una Milano che cambia al ritmo delle sue generazioni. Tra l’altro, questa è la sua ultima battaglia: se “Il conto dell’ultima cena” era il quarto romanzo di una trilogia, “La capanna dello zio Rom” è l’autentico libro, decisivo e definitivo».

Sta dicendo che dovremo abituarci a un Pinketts senza Lazzaro Santandrea?

«Sì. Sto infatti pensando di dedicarmi a tutt’altro. Posso solo dire che si tratta di un progetto che coinvolgerà arte e moda».












30 cc LIBRI E CLASSIFICHE

•* recensioni

<LA CAPANNA DELLO ZIO ROM>

Pinketts risorge (come il suo Lazzaro)

Domenica 4 dicembre 2016 I il GIORNALE

Massimiliano Parente 

Insomma, leggendo l’ulti­mo romanzo di Andrea Pinketts viene spontanea una domanda: perchè Pinketts è sempre stato ignorato dai pre­mi cialtroni italiani, come il Premio Strega? Forse proprio perché sono cialtroni. Nell’ulti­mo romanzo di Pinketts, La ca­panna dello zio Rom, toma per l'ennesima volta Lazzaro Santandrea, alter ego dello scrittore e io narrante di grotte­sche avventure in una Milano mai così noir e surreale. Volen­do è perfino un romanzo impe­gnato, difensore dei rom, per­chè si può trovare umanità an­che in chi fruga nella spazzatu­ra facendo dumpster  watching, per necessità о per spiri­to antropologico, come il pro­fessor Zappalanima, esimio docente di sociologia.

Tra ex attori, ex architetti, ex riusciti e ex falliti, in un mon­do di ex che non sono riusciti a fare quello che volevano nel­la vita, ci sono anche quattro rom assassinati nell’indifferen­za collettiva, e per il resto ci si perde in una serie di surreali avventure affabulatorie intor­no al locale che dà il nome al romanzo, dove canta una cop­pia di inquietanti sorelle, le so­relle Pozzi, con tanto di rissa, coltellate e forchettate. Si par­la molto di amore, di morte, di giovinezza perduta, di sigari e di rum. Inoltre Lazzaro ha or­mai compiuto cinquant'anni ma non ha perso «il senso del­la frase» (titolo di uno dei pri­mi romanzi di Pinketts) e di­spensa aforismi, digressioni, calembour e riflessioni appe­na può. Un ginepraio, per esempio, qui «non è altro che un alveare del gin, un alveare di terrificanti realtà». Quando si diventa maggiorenni? A diciotto anni? «Che paradosso! Uno dovrebbe raggiungere la maggiore età a novant'anni in modo da godersi gli altri settantadue anni di spensieratez­za, finanziata da genitori cen­tottantenni». Chi cerca l’amo­re non lo troverà mai, perchè «uno non capisce l'altro, co­me in tutte le storie d’amore, ma vi si assoggetta».

Un libro ottimo anche come manuale per alcolisti e fumato­ri con senso di colpa salutista, Lazzaro ci libera tutti: «Non ne­go che siano birre analcoliche e sigarette elettroniche. Ma ol­tre al sapore ci vuole il gusto. Il gusto di apprezzare le conse­guenze di ciò che sei in grado di risolvere, dopo un numero imprecisato di birre che chia­meremo X, con uno spavaldo Antico Toscano pendulo sulle tue labbra, tra le tue labbra, già vagamente masticato». Unica avvertenza, non cercate differenze tra Lazzaro e Pin­ketts: sono la stessa prima per­sona.

Andrea G. Pinketts La capanna dello zio Rom (Mondadori, pagg. 388, euro 19)

DA manuale Andrea G. Pinketts, nato a Milano nel 1961






lopinionista


Storie, incontri e amori di uno scrittore che vive, prima di raccontare

 

Da Andrea Russo - ottobre 6, 2016

 

É difficile confondere Andrea Pinketts con altri scrittori o personaggi noti al grande pubblico. I motivi sonodue. Il primo riguarda il suo stile di scrittura giocoso ma sfaccettato, che cela una gamma di stati d’animomolto vari.

All’iniziale gioco con le parole e con gli eventi narrati (che il lettore da subito deve accettare, se vuole andare oltre) si aggiungono altre letture più profonde ed esistenziali. L`identificazione tra l`autore ed il suo alter ego Lazzaro Sant’Andrea si alterna con quella di qualsiasi lettore, che, come spesso accade, può rispecchiarsi in uno dei personaggi del libro.

Il secondo motivo che rende Andrea Pinketts ulteriormente riconoscibile come unico (noi tutti lo siamo, del resto) è il suo carattere gioviale e aperto, diretto, di chi ti racconta la sua verità senza tanti giri di parole. Eppure lui dimostra di conoscere piuttosto bene l’animo umano, che è a volte contraddittorio e difficile da decifrare.

Pinketts é stato protagonista di tante avventure, sia sul piano personale che professionale. Ha attraversato le vite degli altri e le ha fatte sue. Probabilmente non si stancherebbe di andare avanti ad oltranza e all’infinito.

Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione del suo ultimo lavoro, “La capanna dello zio Rom”, a Recanati. Abbiamo incominciato a ricostruire il suo percorso partendo dall’inizio…

Quando è iniziata per te, la passione per la scrittura?

“Fin dall’infanzia, quando in prima elementare iniziai ad apprendere le lettere dell’alfabeto. Mi affascinava seguire le loro forme. Le parole sono belle, così come le singole lettere. C’è una alternanza di linee orizzontali e verticali, di linee dritte e ricurve”.

E per quanto riguarda il giornalismo?

“É stato un incontro spontaneo, quello con il giornalismo. Mi ha permesso di fare quello che mi piaceva e che mi aggrada tuttora: andare in giro, conoscere persone nuove, intrufolarmi in ambienti diversi per fare qualche scoop. Con Onda Tv, che era una settimanale piuttosto in voga negli anni ’80, ho intervistato qualche personaggio noto, come Pippo Baudo. Mi ha dato però molta più gioia stare in contatto con le belle ragazze a cui fare domande, ovvero le vallette. Ne ho tratto spunto per il mio saggio breve: “La Valletta dell’Eden”. Ho conosciuto tante belle donne, nel corso degli anni. Se ci ripenso qualcuna ha lasciato il segno ancora adesso, come la mia ultima consorte. Del resto da giovane ero bello (anche se ora sono bellissimo) e facevo i fotoromanzi e le pubblicità (ho posato per Armani). Con le riviste femminili ho avuto una intensa collaborazione: Cosmopolitan, Grazia, Gioia… ero uno dei pochi uomini. Che volevo di più? Pagato e beato fra le donne…”.

Io so però che ti sei infiltrato in tanti ambienti, rischiando per giunta…

“Con Esquire e Panorama mi sono dato al giornalismo investigativo. Sono stato per un mese un finto barbone alla stazione di Milano e ho capito come la gente diventi cattiva e cinica, in determinate circostanze. Ho fatto l’attore porno con il nome di Udo cuoio. Sono stato lo Sceriffo di Cattolica grazie ad una splendida collaborazione con il sindaco Gianfranco Micucci, negli anni ’90. Cattolica, almeno all’epoca, era una città viva e gioiosa, in cui mi sono sentito a casa. Fare lo Sceriffo per me consisteva nell’infiltrarmi in gruppi di camorristi che si stavano insediando coi loro traffici, in quella bella zona di mare: ne feci arrestare parecchi”.

E c’è un retroscena che molti non sanno…

“Quando arrivò il momento di riconsegnare la spilla di Sceriffo, il sindaco Micucci fece un gioco di prestigio. Io gli diedi la spilla ufficiale, di metallo. Lui ne tirò fuori dalla tasca un`altra di plastica, poi la mise sul tavolo e se la reinfilò in tasca, lasciandomi quella originale. Fu un gesto non solo simbolico ma sostanziale. Il significato era: “Ti lascio la spilla così resterai sempre lo sceriffo di Cattolica”. In realtà dunque, il mio mandato non è scaduto, perchè ho ancora la stella in stile far west originale”.

E come andò invece con i “satanisti”?

“Mi infiltrai tra i “Bambini di Satana”, a Bologna, che avevano a capo Marco Dimitri. Non bisogna confonderli però con le “Bestie di Satana”, che sono gruppi molto piú violenti. Ci fu un episodio in cui ebbi davvero paura. Innanzitutto specifichiamo che questa associazione era composta di persone annoiate, spesso anche detentrici di una posizione sociale rilevante. Organizzarono un’orgia in un parco. Bisognava penetrare a turno una ragazza che era sotto l’effetto di sostanze, probabilmente. Il problema per me era triplice: fare sesso con la ragazza, che era molto in sovrappeso e quindi rischiavo di non riuscirci; stare attento ad uno incappucciato che brandiva una spada proprio dietro alla mia schiena e che mi avrebbe potuto fare a pezzi; inoltre, dietro a un cespuglio era appostato un fotografo e non dovevamo farci scoprire. Nonostante tutto, quando presenziai come testimone al loro processo io ebbi un ruolo non solo da accusatore, ma in qualche modo li scagionai parzialmente. Il Procuratore della Repubblica, infatti, riteneva che ci fossero delle violenze, in quella setta, che io non vidi mai”.

Lazzaro Sant’Andrea sembra un personaggio un po’ fumettistico…

“Infatti lo è. Io ho lavorato anche nel mondo dei fumetti, con Sergio Bonelli. Lazzaro è uno che si rialza sempre e che sembra sparire nel nulla alla fine del romanzo precedente per poi ricomparire in quello successivo. Del resto Lazzaro, (quello originale) è stato il primo zombie della storia. Lazzaro… Lazzarone… è un bel nome. Sant’Andrea, il cognome che ho scelto, è un po’ un contrappeso di bontà. In fondo, il mio alter ego è buono come lo sono io… I miei romanzi sono pieni di ironia, ma c’è un fondo di profonda tristezza e di ricerca del fondo del barile. Descrivo l’umanitá nei suoi slanci di nobiltá d’animo ma anche nelle sue nefandezze”.

Lazzaro, nel suo piccolo, cerca di salvare il mondo…

“In ogni romanzo difendo qualcuno, anche in “La capanna dello zio Rom”. Se non c’è un po’ di solidarietà, di bontà che si oppone al razzismo e alla paura dell’altro, il mondo non ha speranza”.

Siamo a Recanati, la cittá di Leopardi. Tu peró assomigli molto piú ad Ugo Foscolo, che amava molto le donne, viaggiava e affrontava la vita con piú disonvoltura.

“Sì, è così, anche se lo Zibaldone di Leopardi è uno dei libri piú belli tra quelli che ho letto. Citando Lelouch, che giró “Una vita non basta”, io di vite ne ho vissute 50. Sono stato tante persone, ho vissuto le esistenze degli altri. A tratti sono stato solitario e vagabondo, cupo come l’ottimo personaggio dei fumetti Dylan Dog. Io penso che i protagonisti che piacciono sono in genere un po’ bricconi. Non sono necessariamente cattivi, ma veri. La vita và vissuta fino in fondo e il vero peccato è non farlo…”.




Libero

25 AGOSTO 2016



Libero CULTURA 


ALLA SCRIVANIA

Lo scrittore e giornalista milanese Andrea G. Pinketts (1961 ) seduto, come d'abitudine, ai tavolini de «Le Trottoir». 

 

Lazzaro resuscitato dalla gnocca

Lo scrittore milanese racconta la sua disperazione esistenziale e in modo surreale ci spiega come alla fine si può vivere soltanto con una bella ragazza


::: Edoardo montolli ■■■

 

Alla Capanna dello zio Rom non bisogna fidarsi di nessuno. Perché nell’im­maginario locale che dà il titolo all'ultimo noir di Andrea G. Pinketts (Mondadori, pp. 388, euro 19) il Male può indossare i panni di chiunque. Siamo al capitolo nove della saga di Lazzaro Santandrea - l'ulti­mo, giura lui - in un circo di orrori com­messi all'ombra del misterioso Esecutore. E preparatevi a rimescolare ogni vostra cre­denza sul noir. E pure sulla struttura forma­le dei libri. Perché Pinketts interviene nella vicenda del suo alter ego Lazzaro alla stes­sa maniera in cui Stan Lee si presenta nei film della Marvel. Anzi, molto di più. Parla e divaga, trovando proprio nella divagazio­ne la soluzione a ogni enigma. «È un ro­manzo politicamente scorretto, che lo si guardi da destra, da sinistra о dal centro. Diciamo che va letto di sghimbescio».

A Le Trottoir, sulla Darsena di Milano, dove Pinketts scrive tutte le sue opere, sta seduto a un tavolino, toscano in bocca, cappellino e camicia hawaiana. Sempre li ha immaginato il più surreale dei titoli di un noir: «Frequentando quotidianamente romeni, mi ero accorto della grande igno­ranza che circola, anche sui giornali, quan­do si confondono romeni con rom solo perché la radice della parola è identica. Se è per questo è identica anche a romani. La Capanna dello zio Tom non aveva affatto estinto i pregiudizi, anzi. Io invece volevo restituire almeno un'identità ai rom. Ai sinti. Ai rom spagnoli che, peraltro, odiano i rom romeni. Ai romeni che, peraltro, odia­no tutti i rom. In generale raccontando i pregiudizi sui rom che, peraltro, non è mi­ca vero che siano tutti delinquenti». Ma non pensate a un romanzo sul razzismo: «Il razzismo è una cosa superata. Razzisti e anzirazzisti si equivalgono, come credenti ed atei: ammettono l'esistenza о la non esi­stenza di un problema che non conosco­no. Infatti nella Capanna dello zio Rom ci sono pazzi incendiari di campi rom e buonisti che fanno invidia ai peggiori razzisti. Il razzismo esasperato e il buonismo esa­sperato producono orrori perché non ten­gono conto della realtà».

Anche se l'antidoto, almeno nel roman­zo, per non farsi risucchiare dall’odio, esi­ste. È la ragazza di cui si innamora Lazza­ro, una tipa a dir poco strana. Si chiama Ossitocina «come l'ormone dell'amore e dell’empatia». Ed è l'antidoto forse perché si comporta al contrario di come va il mon­do: Lazzaro la vede fuori da un super­market, mentre aspetta che il cane le porti fuori la spesa. Come dire che l'imprevedi­bile è ciò che ci può salvare. E imprevedibi­le è tutta la gang di Lazzaro, personaggi reali che si muovono agevolmente nella Milano di notte, dipingendola in maniera grottesca, come il pittore Giuseppe Vene­ziano. О attraversandola in lungo e in lar­go come Pogo il Dritto, architetto che ha appeso la laurea per diventare taxista. О frugando tra le scorie delle periferie per scrivere inchieste. Come Edoardo Monto­ya, un cronista tarchiato che fuma una si­garetta dietro l'altra e che solo incidental­mente ha una vaga somiglianza con chi scrive. Lazzaro ha dalla sua la curiosità e l'ormai celebre «senso della frase» per risol­vere i misteri, scritti da uno, Pinketts, che Mistero, in tv, l'ha condotto: «Un'esperien­za interessante. Da agnostico mi continuo a stupire della credulità popolare come dell'incredibile. Al Castello di Bernabò Vi­sconti, luogo di leggende nere, ho percepi­to davvero una sensazione di malessere».

Non mi dire che inizi a credere nell'aldilà.

«Sono reduce da un'anestesia totale. Per un certo periodo ho avuto allucinazioni».

Sarà mica la luce in fondo al tunnel?

«No. Sognavo di essere aggredito da ba­stoni da passeggio col muso di anatra. Di­ciamo che sono uscito dal tunnel come un vero gentleman, ossia con un bastone da passeggio».

Lazzaro ha 50 anni. Un po' è acciacca­to quando deve fare una rissa. Ma per scriverne l'ultimo libro sei tornato ra­gazzo tu, quando ti travestivi da clo­chard, da satanista per fare un'inchie­sta giornalistica.

«A Bucarest più volte sono stato ospite al Festival del libro. Ho potuto apprezzare la parte della città che fu una piccola Pari­gi, così come gli orrori architettonici di Ceausescu. E ho pure potuto constatare che molti lo rimpiangono perché all'epoca ave­vano il posto fisso. Ma di sera mi sono ad­dentrato nelle periferie per verificare la leg­genda peggiore che circonda Bucarest. E, dannazione, ho visto che è realtà: davvero ci sono i bambini che sniffano colla viven­do nelle fogne».

Non manca una frecciata ai salotti della tv, dove spesso si discute di omici­di tra uno spot e l'altro.

«Più che altro ce l’ho con la tv del pressapochismo, con la lacrima facile e la finta indignazione».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 






Corriere della Sera

22 AGOSTO 2016







Andrea Pinketts

«Eroe politicamente scorretto (come me)»

 Si definisce «un Dylan Dog di 55 anni»: a tal punto Andrea Pinketts è appassionato della saga (e grande esperto di comics).

    Pinketts, lei l'ha comprato il primo numero di Dylan Dog?

«L'ho comprato e mi sono innamorato, senza sapere che avrei fatto la sua stessa fine: facendo Mistero, su Italia 1, mi sono occupato di case infestate, alieni e fantasmi, con lo stesso scetticismo possibilista del nostro eroe. A Dylan devo pure il mio ultimo romanzo, “La capanna dello zio Rom” (Mondadori), dove l'orrore e il suo antidoto naturale, l'amore, si tengono per mano».

In che modo Dylan Dog è un figlio degli anni 80?

«Dylan è l'assoluta conseguenza di Mister No, che nel 1975 fu il primo vero antieroe della Bonelli. È figlio degli anni 80 perché ha un occhio per il sociale ma è pure politicamente scorretto».

Le piace il nuovo corso?

«All'’inizio sono rimasto turbatissimo per il numero 338, quello in cui l'ispettore Bloch va in pensione. Ma i nuovi autori, deviando la rotta, hanno mantenuto la qualità del percorso»

 (ale. tre.)








Cronaca Vera

16 AGOSTO 2016












IN QUESTE PAGINE C’E’ UN PO’ DI “CRONACA VERA”

In libreria il nono capitolo delle avventure dell’alter ego del suo autore

E’ anche l’ultimo episodio della lunga saga

Un delirio, con gemelli incendiari, latinisti allo sbara glio e regolamenti di conti con le for chette di plastica, giornalisti d’assalto e mercenari vestiti da suora

 TUTTI NELLA CAPANNA

DELLO ZIO PINKETTS

 Un vero e proprio circo degli orrori, su cui aleggia l’ombra del misterioso Esecutore - Tra i protagonisti anche la curatrice di una nostra rubrica, che ha un ruolo decisivo per trovare il colpevole

Quando tutto sembra perduto ecco che “quella gattona, quella panterona di Laura Campiglio, firma fatale di ‘Cronaca

Vera’, era riuscita a far pubblicare sul settimanale, a un pelo dalla chiusura del numero, un raffazzonato identikit” dell’assassino di un cane. Sono le pagine decisive de “La Capanna dello zio rom”, Mondadori, l’ultimo noir di Andrea G. Pinketts, e “Cronaca Vera” e la sua “reginetta di bellezza del settimanale”, ossia la femme fatale che cura la nostra rubrica “Al posto del cuore”, fa la sua comparsa. E non a sproposito. Pinketts conosce bene la linea editoriale fortemente animalista del nostro settimanale. E scrive, in merito al famigerato identikit: “Un membro di ‘Stramocanigatti eccetera’ un’'associazione animalista, essendo un accanito lettore di ‘Cronaca Vera’, ne aveva fatto affiggere un migliaio di copie non autorizzate su ogni albero in prossimità di un supermarket, attivando una sorta di caccia all’uomo”. “La Capanna dello zio rom” (il titolo è tutto un programma e varrebbe da solo il prezzo del libro) è il nono capitolo della saga di Lazzaro Santandrea, alterego dello scrittore, e la trama fa laspola tra Milano e Bucarest.

«Da una parte c’è la Capanna dello zio Tom, che non ha eliminato determinati pregiudizi sui neri», spiegal’autore. «Dall’altra avevo voglia di chiarire l’enorme equivoco tra rom e romeni, frequentando questi ultimi quotidianamente. Spesso e con grande ignoranza, le due parole sono usate come sinonimi. Invece, i rom sono di diverse etnie. Quelli spagnoli, per esempio, odiano i rom romeni. E i romeni odiano tutti gli altri. Quanto ai rom, non è nemmeno vero che tutti delinquono. Troppo spesso si finisce a fare una contrapposizione tra razzisti e antirazzisti, che è la stessa che c’è tra credenti e atei: una lite sull’esistenza o la non esistenza di un problema che non conoscono, che può essere il razzismo come Dio».

Tanta brutta gente

Il che, tradotto in “pinkettsiano”, ci porta in un mondo, quello della

Capanna dello zio rom (che è poi un immaginario locale con sedi a

Milano e a Bucarest) dove i finti buoni se la devono vedere con i veri

cattivi: incendiari di campi rom, genitori decerebrati e anaffettivi,

professori dalla doppia vita, tutti all’ombra di un misteriosissimo

Esecutore. Lazzaro se la deve vedere con un sacco di brutta gente, circondato da personaggi che nella vita reale esistono davvero, come la nostra Laura Campiglio, o Pogo il dritto, vecchio compagno di scuola dello scrittore, architetto prestatosi al taxi, o ancora il pittore Giuseppe Veneziano e il tarchiato giornalista investigativo Edoardo Montoya, che fuma una sigaretta dietro l’altra. Lazzaro s’innamora dell’unico antidoto

agli orrori che c’è nel libro, una giovane che di nome fa Ossitocina,

come l’ormone dell’amore e dell’empatia, e che lo sorprende perché

sta fuori dal supermercato ad attendere che il cane le porti la spesa, in

un mondo dove è sempre il cane che aspetta fuori il padrone.

Le leggende sono vere

D’altra parte, nei romanzi di Pinketts il mondo buono è quello che gira al

contrario, che vive di notte e forse proprio per questo, nel buio che

rende tutti uguali, non conosce il pregiudizio. In questo romanzo

Lazzaro ha 50 anni, picchia sempre duro, ma comincia a sentire gli

acciacchi dell’età. «Questo è l’ultimo romanzo della saga. Ho deciso di dedicarmi all’arte», dice, senza andare oltre, Pinketts. Che, per raccontare la Bucarest del romanzo, è tornato a fare il giornalista investigativo, come

quando da ragazzo si trasformava, di volta in volta, in satanista, clochard, sadico in visita al Mi-Sex. «Sono stato spesso ospite al Salone del libro di Bucarest per rappresentare l’Italia. È incredibile vedere le due anime della città, dalla piccola Parigi che fu alle periferie dove si vedono gli orrori architettonici di Ceausescu, che molti, sorprendentemente, rimpiangono perché quando c’era lui, come direbbe Checco Zalone, c’era il posto fisso. Io volevo sondare le leggende sulla città di cui si parla, da anni, quelle sui bambini che vivono nelle fogne e sniffano colla. La sera, svestiti i panni da ospite del salone, mi sono così immerso nei vicoli. E, dannazione, ho visto che non si tratta di leggende. È tutto vero».

Gigi Montero












STOP

16 AGOSTO 2016





ANDREA G. PINKETTS  L’eccentrico scrittore torna in libreria con La capanna dello zio rom,  nono capitolo, curioso fin dal titolo, di uno dei suoi personaggi più amati: Lazzaro Santandrea

«CONTRO  OGNI PREGIUDIZIO  RACCONTO UN  MONDO  CHE  GIRA  AL  CONTRARIO»

 

«La gente confonde rom con romeni, veri cattivi e falsi buoni. L’antidoto agli orrori è l’assurdo, come un cane che va a fare la spesa per la sua padrona»

 di Manuel Montero

MilanoAgosto

   

 

  

GIALLO E NOIR Milanese. specializzato in romanzi polizieschi, ma sempre dal taglio ironico, Andrea G. Pinketts (55 anni) è anche un personaggio televisivo. Nel 2006, per esempio, è stato giurato a La pupa e il secchione e in seguito inviato per Mistero. Ha vinto diversi premi letterari

 

 GROTTESCO

Il nuovo romanzo di Pinketts, edito da Mondadori, è La capanna dello zìo rom, storia grottesca di omicidi e strani personaggi che si sviluppa tra Milano e Bucarest, in Romania. Protagonista è il suo alter ego Lazzaro.

 

  “L’ Esecutore non ave­va sangue nelle vene.

E non nel senso che fosse un uomo privo di cojones. Semplicemente era anemi­co. Così, per sopravvivere, si alimentava col sangue de­gli altri. Professionalmente. Provocandone la fuoriuscita con indiscussa abilità che nasceva dalla necessità di sopravvivenza e da una spic­cata attitudine. Dal punto di vista privato, gli era suffi­ciente assistere allo spargi­mento di sangue per fargli venire l’acquolina in bocca. No. Non era un vampiro. Anche se qualcuno avrebbe potuto definirlo così, a suo rischio e pericolo. I vampiri non esistono. Neanche lui”

Omicidi ma anche tante risate

Nel libro La capanna dello zio rom è questo il passaggio in cui compare il più crude­le dei serial killer inventati da Andrea G. Pinketts. Fu­nambolo della parola che ne caratterizza il segno distin­tivo, Pinketts arriva così al capitolo nove della saga di Lazzaro Santandrea, il suo alter ego che, in compagnia di altri alter ego assolutamente reali (Pogo il Dritto, Antonello Caroli, Edoardo Montoya) trasforma le re­altà metropolitane in veri e propri western, fatti di codi­ci d’onore, lealtà e cattiveria infinita.

Romanzi, dove, beninte­so, si ride pure parecchio. E dove il Male ha una sua precisa e perfida logica. Le Figaro lo definì una “leggenda vivente” quando i capitoli della saga erano an­cora solo tre. Viene tradotto in più lingue, ovviamente da specialisti della linguistica italiana. Perché i giochi di parole e soprattutto i titoli dei volumi di Pinketts sono tutti surreali, ma La capanna dello zio rom probabilmente li batte tutti.

Lo scrittore vive sostan­zialmente a Le Trottoir, piazza XXIV maggio a Mi­lano, locale e ritrovo d’arte dove scrive tutti i suoi libri ancora a penna, nella saletta che porta il suo nome. E lì che lo incontriamo.

Da dove nasce questa volta il titolo?

«Dal pregiudizio. Ogni giorno ho a che fare, nel senso che frequento, rome­ni. E mi sono accorto della grande ignoranza che circo­la, quando un romeno viene definito rom e quando rom viene, per contro, definito romeno. Come se fossero la stessa cosa. In realtà ci sono i rom romeni come i rom italiani. E nemmeno i rom tra loro appartengono allo stesso gruppo. Così, in un libro ambientato tra Milano e Bucarest ho volu­to raccontare una realtà dei fatti semplice. A partire dai luoghi comuni che ne di­scendono. Per esempio non è affatto vero che tutti i rom delinquano, così come non è affatto vero che si debba far finta di niente quando alcuni di loro lo fanno. A differen­za di La capanna dello zio Tom, ho voluto rimettere in chiaro le cose una volta per sempre sul pregiudizio».

«lo non prendo posizioni in merito»

A proposito del problema, qual è la tua posizio­ne?

«Non ho posizioni, anzi mi fanno paura quelli che le prendono. Per questo è un libro politicamente scorretto da qualunque angolazione lo si prenda. Nel roman­zo ci sono i veri cattivi e i falsi buoni, che col loro buonismo finiscono per fare danni pure peggiori».

Come se ne esce?

«L’antidoto all’orrore e alla catena infinita di de­litti del romanzo, è una ragazza che aspetta fuori dal supermercato il suo cane, entrato a farle la spesa».

Il cane?!

«Sì, mi piaceva mo­strare il mondo al con­trario. Con il padrone che aspetta fuori il cane e non viceversa. E poi dare un nome a questa ragazza, parti­colare: si chiama Ossitocina, come l’ormone dell’amore».

Lazzaro è arrivato alla bell’età di cinquant’anni. E qualche acciaccio, mentre tira sganassoni, ce l’'ha.

«Già. Ma questo è l’ulti­mo capitolo della saga. Ci ho messo cinque anni per scriverlo. Ora ho in mente di dedicarmi all’arte. Ho in testa un progetto ben defini­to».

La voce narrante di Pinketts muove il romanzo tra un capitolo e l’altro.

Nel mentre racconta storie vere e aneddoti che sembra­no divagare. Ma tutto ha un senso preciso. Lazzaro parla del suo autore e Pinketts del suo personaggio, come se si conoscessero e ognuno aves­se un’opinione dell’altro. Sono noir diversi dal genere classico. Per questo, molto più appassionanti. Ma chi ama anche il genere classico non può mai restare deluso.

Nell’ultimo romanzo ci sono adolescenti assassini. Geni­tori anaffettivi, psicopatici. Un locale, La capanna dello zio rom per l’appunto, con sedi a Milano e Bucarest.

«La verità è sempre inverosimile»

E dentro, un circo di per­sonaggi improbabili, a volte perfino grotteschi. Inverosi­mili. Sembrano solo salvar­si gli antieroi della banda di Lazzaro, che prendono a calci la vita finchè possono, ignorando ogni regola del galateo. Inverosimili pure loro. Ma, come scriveva Do­stoevskij ne I Demoni, “La verità autentica è sempre inverosimile”. Inverosimili sono i cattivi e i giustizie­ri, i buoni e gli ideali. E la cronaca non ci ha abituato a storie tremende dove l’inverosimiglianza è il dato da cui partire? Come per esempio certi omicidi nati per noia.

Così come reale è l’inve­rosimile schizofrenia di chi ammazza sentendo le voci nella propria testa. О an­cora chi uccide per ordine divino. Ma per un Dio che esiste solo nella sua mente. E poi c’è l’Esecutore. Il più terribile degli incubi che lo scrittore abbia mai creato. L’uomo che quando arriva il sorriso del lettore scom­pare. Ma non per i suoi cri­mini, non per le sue parole. Semplicemente per come appare.

Su di lui Pinketts non si sbilancia. Non vuol lascia­re commenti. Valga su tutti come lo presenta:“L’Ese­cutore non era un serial-killer, roba da psicopatici di spessore televisivo. Era più. Molto di più”.







LA VOCE DEL NISSENO

18 AGOSTO 2016


























 












































































































































































































































































































Corriere del Mezzogiorno
17 agosto 2016 



Corriere del Mezzogiorno Mercoledì 17 Agosto 2016

 Cultura

Tempo libero

L'intervista

Lo scrittore in Campania per presentare il suo libro: da nordico sento di far parte della grande famiglia dei meridionali

Enzo D’Elia, il mio agente salernitano, mi ha “svezzato” non solo come autore,ma anche come persona Mi ha quasi adottato

 

PINKETTS:«Io, stregato da Napoli. Qui mi sento un uomo del Sud»

 

di Eduardo Milone

 L' ispirazione non viene dal cielo: è più facile incontrarla per strada - riflette Andrea G. Pinketts - in certi luoghi, come Napoli, incro­ciarla diventa ancora più facile». Durante il tour di presentazione del suo ultimo romanzo,

La ca­panna dello zio Rom (Mondado­ri), nono capitolo della saga noir di Lazzaro Santandrea, Pinketts ha partecipato ad un incontro or­ganizzato nell'ambito del Ravello Festival. Qui, fra il blu cobalto del mare della costiera ed i giardini in fiore di Villa Rufolo, è stato fa­cile per lui rievocare vecchi tra­scorsi sentimentali. Così come è profondamente sentimentale il rapporto con Napoli, città sempre sfiorata in passaggi fugaci ma percepita dallo scrittore milanese un po’ come una seconda casa. Non solo. «Sono talmente strega­to da Napoli, con tutti i misteri della sua storia così ricca ed affa­scinante, che quasi quasi lo con­fesso: mi sento un borbonico».

 Sempre a lavoro, anche a Fer­ragosto?

«Sì, in giro per l’Italia a presen­tare il libro. Preferisco così: le va­canze, in realtà, mi annoiano. Non riuscirei a star fermo in un posto senza far nulla: molto me­glio il “mordi e fuggi” delle pre­sentazioni, che spesso si svolgo­no in luoghi meravigliosi come Ravello. Arrivo, lascio il mio “se­gno di Zorro” e riparto».

 Colpito dal romanticismo della costiera amalfitana?

«Certo. In fondo, La capanna dello zio Rom è un romanzo senti­mentale: il mio Lazzaro Santan­drea si invaghisce di una ragazza che si chiama Ossitocina, come il cosiddetto “ormone dell’amore”. Mi interessava creare un contra­sto fra un sentimento così alto e dolce e tutto l’odio che, quotidia­namente, si riversa sulla comuni­tà Rom. Odio che, a sua volta, è frutto di ignoranza, pregiudizi, “buonismi” e “cattivismi” precon­cetti... Siamo a corto di empatia, di questi tempi. Ben venga un po’ di romanticismo. Comunque Ra­vello la conosco bene...».

 Come mai?

«Ho avuto per sei anni una fi­danzata di Minori. Siccome non era il caso di dormire con lei sotto lo stesso tetto dei suoi genitori, prenotavo sempre una camera all’hotel Marmorata, proprio a Ra­vello. Perciò, ogni volta che ci tor­no mi sento un po’ a casa. La ra­gazza poi si è sposata: lui è un in­gegnere svizzero, praticamente la mia antitesi».

 E Napoli, la conosce?

«Guardi, sulla carta non ci do­vrebbe essere nulla che mi lega a Napoli. Le spiego: mia madre è trentina, mio nonno materno te­desco, mio padre romagnolo fi­glio di un irlandese; cionono­stante, e inspiegabilmente, io mi sento un uomo del Sud. Mi accor­go che il sentimento è ricambia­to, perché sono sempre stato ac­colto e trattato come tale. Tant’è che uno dei soprannomi con cui sono conosciuto è “’o milanese”. Come se mi considerassero un napoletano trapiantato in Lom­bardia. A me piace, sento di far parte della grande famiglia dei meridionali».

 Come si esprime questo sen­so di appartenenza?

«Prima di tutto, gli incontri più felici e fortunati della mia vita so­no stati quelli con persone del Sud. Oltre alla ragazza di Minori, di cui parlavo prima, c’è Enzo D’Elia, il mio agente salernitano soprannominato “’o pirata”. Da lui sono stato “svezzato” non solo come autore, ma anche come persona. Mi ha quasi adottato: quando vado a Salerno mi ospita in casa sua, mi fa dormire nella stanza della nonna che non c’è più».

 Altri tratti «napoletani» che le sono propri?

«Chissà, forse è proprio il san­gue del mio nonno paterno che parla: gli irlandesi potrebbero es­sere considerati i “vesuviani” del Regno Unito. Condivido il calore, la disponibilità, il senso dell’acco­glienza. Mi piace molto anche l’indolenza, che poi è assolutamente finta e di maniera: una “siesta” perpetua solo apparente.

Persino nel concetto di riposo, al Sud, c’è qualcosa di febbrile, fan­tasioso e creativo. E poi, il gusto per la cerimonia. Pensi che qual­che giorno fa è stato il mio com­pleanno.. ,»

Auguri. È stata una bella fe­sta?

«Le dirò, ho fatto una tipica co­sa da napoletani: una cena fra amici la sera prima, aspettando la mezzanotte. Praticamente abbia­mo celebrato la vigilia. Si respira­va un’aria quasi natalizia, ma da Natale in casa Cupiello. Ah, vor­rei fare una precisazione».

Dica pure.

«A me il presepe piace moltissi­mo. Qualche tempo fa io e Lucia­no De Crescenzo inscenammo ima finta polemica in cui io, da nordi­co, dovevo dire che fare l’albero è meglio. Ritratto tutto. Ecco: persi­no l’altra sera, a modo nostro, gli amici ed io abbiamo inscenato un vero presepe vivente».

 Lei rimane comunque il pro­totipo dello scrittore milanese. Pare che, per lavorare, lei predi­liga la sala privata di un locale sui Navigli. Riuscirebbe a trova­re ispirazione, fra le strade di Napoli?

«Sì, certo, di ispirazioni ne tro­verei tante. Per esempio, appas­sionato di misteri come sono, mi piacerebbe approfondire il mito del Munaciello. Purtroppo, ogni volta che passo da Napoli sono costretto a restarci per poco tempo. Vengo fagocitato da quelle strade e dagli incontri straordina­ri che lì si possono fare: così, le ore che mi separano dalla parten­za passano rapidissime. Cammi­nando, non mi sento nemmeno un turista. So di essere a casa e co­munque avverto, sotto la superfi­cie, un reticolo di misteri e di fa­scino oscuro e non compietamente spiegabile. È questo che mi attrae della città: non esistono “posti al sole” che reggano, qual­che ombra riuscirà sempre ad insinuarvisi».

© RIPRODUZIONE RISERVATA




MilanoNera

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La capanna dello zio Rom -Andrea G. Pinketts

 - 7 GIUGNO 2016

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La capanna dello zio Rom
Mondadori
dal 21 Giugno
Nella Capanna dello Zio RomPinketts ricrea la sua Milano nera e surreale divertendosi con lo stile inconfondibile di sempre: gioca con le parole come con i suoi personaggi e persino con i capitoli, facendoli litigare tra di loro.

Milano, novembre 2016: torna per l’ultima volta Lazzaro Santandrea e lo fa in grande stile. “Specialista delle resurrezioni”, non è un tipo che se ne va: di solito arriva. Arriva al momento giusto. E anche in questo caso piomba nel bel mezzo degli eventi. O sono gli eventi a piombare su di lui, impegnato a innamorarsi di una ragazza dall’oscuro presente? Ossitocina ha i leggings e un cane, Lou Reed, addestrato a farle la spesa al supermercato. Per Lazzaro è un colpo di fulmine. Con conseguenze devastanti. Loden assassini, parka assetati di sangue, reggicalze letali, giacche da camera a gas esilarante: la cabina armadio di Pinketts è un guardaroba teatrale di lusso inventivo. E Lazzaro questa volta finirà coinvolto in un delirio senza precedenti, tra le fiere di Milano e la Fiera del Libro di Bucarest, con gemelli incendiari, latinisti allo sbaraglio e regolamenti di conti con le forchette di plastica, in compagnia di giornalisti d’assalto, mercenari vestiti da suora e vecchi amici orfani di guerra e di madre. Nella Capanna dello Zio Rom Pinketts ricrea la sua Milano nera e surreale divertendosi con lo stile inconfondibile di sempre: gioca con le parole come con i suoi personaggi e persino con i capitoli, facendoli litigare tra di loro. Nel corso di un mese dalla “vita breve ma intensa come James Dean”, fatto di pomeriggi “corti come calzoni alla zuava”, si addensa una vicenda ricchissima. E più le cose si complicano, più ci si immerge di gusto nella lettura, in sintonia con Lazzaro che, ricapitolando gli eventi, a un certo punto ammette: “Tutto ciò non puzzava. Profumava di guai”.






 
 
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