Mamma da bagno

Sono nato col parto cesareo, ragion per cui al mio debutto sul palcoscenico della clinica "La Madonnina" ho inferto ventitré coltellate a mia madre. Ho dato a Cesare quel che era di Cesare. Sono stato un Bruto. Solo che mia madre non era Cesare e se e per questo neanche la Madonnina per quanto starebbe benissimo verniciata d'oro, sul Duomo.
E ci sta sotto il cielo a guardarmi con orgoglio e apprensione quando scrivo sul tavolino di un bar all'aperto, quando attraverso una strada con il semaforo giallo. Disperata, quando passo col rosso. Eppure è una donna allegra.
Canticchia in cucina, felice della mia fèlicità nella vasca da bagno. Sa benissimo che, quando ne uscirò, nudo come ai vecchi tempi della Madonnina, lascerò fuoriuscire l'acqua, allagando la stanza per raggiungere l'accappatoio. Sa benissimo che gli inquilini del piano di sotto protesteranno per le infiltrazioni sul loro soffitto. Ma egualmente è contenta.
Perché quell'accappatoio firmato di spugna gialla me l'ha regalato lei scegliendolo tra decine in modo che fosse intonato alle sfumature del colore dei miei occhi. Mia madre è colorata senza essere di colore. Come i suoi cappotti sgargianti, i suoi turbanti alla Valentina Cortese con cui affronta la passerella dei negozi di alimentari per scegliermi i bocconi migliori , scortata da Benvenuto, un cane di purissima razza bastardina, praticamente mio fratello. Ho preso parecchio da lei, oltre alla vita. La cultura teatrale e il temperamento.
I nostri litigi sono tragedie greche; col colpo di scena del lieto fine. Viviamo insieme, nonostante io sia più di primissimo pelo. Ma non siamo una coppia affiatata: siamo una coppia con molto fiato. Lo può testimoniare tutto il condominio: esplodiamo. Ma non sono bombe, solo fuochi d'artificio.
Poi, passato il dolore delle ventitré pugnalate nella coazione a ripetere il vecchio parto cesareo, torna il sereno. Mia madre riprende a "aspettarmi" come ha fatto durante i nove mesi della gravidanza. Solo che adesso mi aspetta a casa.
In modo che l'accappatoio giallo sia pronto ad accogliermi ogni volta che esco da una vasca in cui sguazzo quotidianamente nel liquido amniotico.
 

Sigaro tu, sigaro io

Le stagioni se ne vanno e poi ritornano con gli interessi. O per interesse. Come amori malati o amicizie in coma.
Marina mi aveva lasciato: Non era più primavera. Era un'anguilla che mi sentivo dentro. Un'anguilla che giocava a srotolare il mio interstino per strapparmi una smorfia o una lacrima.
Il cartellone annunciava un recital del Califfo. Califfo era un amico. Sorrideva dal manifesto con un sorriso da lupo in fabula. E sia la favola che la foto risalivano a qualche anno prima. Come la nostra amicizia.
Mancavano due larghe ore all'inizio dello spettacolo e così guadagnai l'entrata del teatro. C'erano nell'atrio sei uomini in doppiopetto blu, alti uguali e pettinati uguali. Andavano dai venticinque ai trentatre anni. A occhio e croce. Venticinque a occhio, trentatre a croce. Erano la corte del Califfo, un po' segretari, un po' accompagnatori.
Qualcuno ti deve accompagnare al successo perché tu non ti trovi solo con lui. Senza Marina, ad esempio.
Gli uomini in blu mi riconobbero e mi porsero le mani da stringere. "Il Califfo è andato al bar a farsi una birra. Vai pure ad aspettarlo in camerino" dissero i sei. "Grazie, grazie, grazie, grazie, grazie, grazie" dissi io. Mi incamminai verso il camerino del teatro.
C'era un lungo fitto corridoio nero che mi separava dalla piccola stanza dei complimenti. Lo percorsi a grandi passi perché l'anguilla nel mio stomaco non mi mordesse nel buio. Una sagoma con gli occhi sbarrati mi si parò davanti. Uno specchio. Un'altra sagoma mi si parò dietro. Un amico.
"Ciao". "Ciao Califfo. Mi hai fatto paura". Sorrise. L'anguilla si calmò. Califfo aveva qualche ruga in più che sul cartellone. Ma almeno non era di carta. Aveva una sua bellezza ammaccata da angelo caduto che nella sua caduta ha picchiato il naso. Aveva avuto un'avventura giudiziaria e gli avevo mandato un paio di telegrammi. "Sei stato gentile a mandarmi i telegrammi quando ero dentro". "Figurati. Chissà quanti ne avrai ricevuti". "Sì, però i tuoi erano gli unici in rima".
Ridemmo insieme e l'anguilla morì. Entrammo contemporaneamente nel camerino. Fu come tagliare un traguardo in due. Il camerino era lì. Nudo, ma senza ipocrisie. Non era nè il palcoscenico del teatro dove recitava Califfo, nè la vita dove recitavo io.
Il Califfo strappò due lattine di birra e me ne porse una. "Come ti va, allora?" "Bene. E a te?" "Bene". Ridemmo ancora. Non andava abbastanza bene per nessuno dei due. "E... dì, Califfo e qualla mora che ti mandava i fiori?" "Non me ne manda più. Ha lasciato il marito, quello che faceva il fiorista. E tu, fai sempre le inchieste per conto del senatore? "Figurati. Il tempo passa. Sto facendo un'inchiesta 'sul' senatore". Brindisi di lattine vuote. Due voci che si accordavano per un concerto sull'amicizia. L'unica cosa che ti resta quando capisci che da solo non ti basti. Forse perché sei di troppo.
"Come mai ti tieni sempre intorno quei segretari vestiti di blu?" Mi indicò la sua giacca blu: "Metti che si macchi!" "Coi processi, come sei messo?" "Cosa vuoi. Ne ho ancora un paio, ma le accuse sono cadute". Non eravamo, nessuno dei due, uno stinco di santo. Ma eravamo rimasti innocenti. Come bambini. Quei bambini dispettosi che danno i calci negli stinchi di santo...
Eravamo soli, ognuno con i suoi ricordi, come due animali di una specie in via di estinzione che, essendo dello stesso sesso, non possono riprodursi. No. Non soli. In un angolo meno illuminato del camerino spuntava qualcosa. Un piede. Una gamba. Una coscia... "E' una donna" constatò Califfo. Aveva seguito il mio sguardo. Era una donna nuda, con biondi capelli. Sdraiata, immobile, bella. Morta. Non eravamo più soli.
L'anguilla mi morse a tradimento. "Chi è, Califfo?" "E che ne so. Prima non c'era". Ci inginocchiammo vicino al cadavere. Califfo le scostò i capelli biondi che le coprivano parte del viso. "Marina!"gridai. L'anguilla impazzì. "Ah, la conosci!?" disse Califfo scaricandomi la responsabilità del cadavere. "Sì la conosco. E con questo? Vuoi che te la presenti? Che cavolo ci fa Marina morta nel tuo camerino?" "Non ne so niente. Manco la cosnoscevo. Forse voleva un autografo". "Nuda? Non era da lei. Ci metteva delle ore a scegliere cosa mettersi". "Senti amico. Questa, mezz'ora fa non c'era. Non penserai che l'abbia ammazzata io e poi abbia recitato, qui con te, la commedia - come eravamo - con un... cadavere?" "Si chiamava Marina" ruggii, "e l'amavo... credo".
Califfo mi guardò nello stesso esatto modo in cui lo avevao guardato poco prima. "Ehi Califfo, non penserai che l'abbia ammazzata io. Poi l'abbia spogliata e protata nel tuo camerino a fare conversazione?" No. Non eravamo più soli. C'era il sospetto reciproco che serpeggiava tra noi. Adesso c'erano due anguille da ammazzare per tornare amici. Da ammazzare come Marina. Due anguille marine, non da fiume. "E' strano come certi momenti ti vengano in mente certe stronzate".
"Chiamiamo la polizia?" dissi temendo di sentire un suo - no - che avrebbe pompato il sospetto. "No..." disse, "se ti beccano con la tua ex fidanzata diventata cadavere ti arrestano subito". Era generoso, Califfo. "Okay Califfo. Comunque dobbiamo fare qualcosa". "Che ne dici di farci prestare una giacca blu dai tuoi segretari". Mancava solo un'ora allo spettacolo.
Un'ora in cui decidere se mi fidavo di Califfo e se lui, sempre che non fosse colpevole, si fidava di me. Un'ora, prima che arrivasse qualcuno per cui Marina era solo un cadavere e non una nuda amicizia vacillante. "Sai, non me ne frega niente se l'hai uccisa. Però potresti dirmelo. Sennò come faccio ad aiutarti". "Coooosa! Califfo! A te non tene frega niente se IO l'ho uccisa. Grazie della fiducia. E se io ti dicessi che anche se l'ho amata non me ne frega niente che TU l'abbia uccisa purché me lo dica?" Califfo mi afferrò per la giacca. "Ma se io manco la conoscevo 'sta qui!" Mi liberai con uno strattone e lo presi alla gola. "Si chiamava Marina... non - 'sta qui - "gridai. Poi allentai la stretta.
Tutto da rifare. "Senti, dobbiamo chiamare qualcuno e farci aiutare a sbarazzarci del cadavere. Chiamo i tuoi segretari?" "E tu ti fideresti? In fondo non sono amici. Sì, mi stanno vicino perché li pago. Si augurano che abbia successo perché possa continuare a pagarli, ma... amici? Non ci giurerei. Mi stanno intorno. Ecco tutto. Mi chiedono se ho bisogno di qualcosa, se voglio bere... corrono a prendermelo e magari si augurano che mi vada di traverso. Il successo è duro da digerire e da far digerire. E se chiamassimo il senatore, il tuo ex principale per il quale facevi le inchieste? Lui ha il pelo sullo stomaco e potrebbe darci una mano".
"Hai detto bene, Califfo: ex principale. Sto facendo un'inchiesta sul senatore, il mio ex principale, per scoprire come si è fatto crescere tutto quel pelo sullo stomaco. Il senatore mi vedrebbe volentieri al posto di Marina... lì... morto, per terra. E senza fiori al funerale... fiori... certo Califfo... fiori... Ma... sento Califfo, la tua ex donna... la moglie del fiorista... lei... forse... ci potrebbe procurare un alibi... un..." "Un bouquet di crisantemi. Ha lasciato suo marito e me contemporaneamente. Diceva che non eravamo - fedeli - !! Figurati che dopo tutti i fiori che mi ha mandato l'ultima cosa che mi ha spedito è stato il conto". Ridemmo tutti e due. Perché eravamo disperati con il cadavere di Marina e nient'altro.
Nessuno su cui poter contare. Veramente soli, anche se in due. Fianlmente soli. Sì, finalmente soli perché nuovamente amici. Califfo frugò nel ripostiglio e trovò una cassetta per gli attrezzi. C'era anche una sega.
La prendemmo e un po' per uno segammo Marina e le nostre reciproche diffidenze. Fu un lavoro duro ma non molto lungo: Marina ci aveva sempre tenuto alla linea. Ne raccogliemmo i resti e li infilammo in una delle valigie di Califfo. La polizia irruppe nel camerino in quel momento. Erano stati avvertiti da una telefonata anonima. Perquisirono il camerino e aprirono la borsa di Califfo. "Si chimava Marina" dicemmo io e Califfo contemporaneamente. Ci blindarono, ammanettarono e condussero verso un cellulare. Passammo ache nella hall del teatro.
C'erano i sei segretari in blu, l'ex moglie di un fiorista e un senatore sotto inchiesta. Sorridevano tutti sotto i baffi, soddisfatti. Chi era stato ad uccidere Marina e ad usarla contro di noi? Tutti quanti? Uno solo di loro? E chi? Non eravamo stati ne' io ne' Califfo. Non importa ne' chi è morto ne' chi è vivo. Importa, ciò che conta, chi resterà a vivere. E come. Io e Califfo eravamo rimasti amici pur credendoci colpevoli l'un l'altro. Questo contava.
Salimmo sul cellulare. "Vedrai che alla fine scopriranno che è stato uno di loro". "Certo. Ho fiducia nella giustizia... e sai, per caso, quanti anni danno per occultamento di cadavere?" Riuscii a convincere i poliziotti a farci fumare. Presi dalla tasca della giacca due sigari e ne prosi uno a Califfo. Ce li fumammo insieme. Pensosi e sorridenti. Sigaro tu. Sigaro io. 
 
 
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