L'uscita, qualsiasi uscita, è il momento più importante della vita di un uomo. Puoi sempre riscattare una cattiva entrata con una buona permanenza, puoi sfondare la porta del prossimo e costruirgliene una blindata, puoi iniziare con lo schiaffeggiare una donna e se sai rallentare la mano puoi improvvisare una carezza. Ma l'uscita è la cosa più definitiva di te. Non la puoi rimediare neanche con un ritorno. (Lazzaro, vieni fuori)

Mia madre era costantemente preoccupata per me; ciò la tranquillizzava. Quando non era preoccupata, cominciava a preoccuparsi. La missione delle madri non è la procreazione, quanto la preoccupazione. Anche le amebe partoriscono, ma, per quanto ne so, se ne fregano. (Lazzaro, vieni fuori)

Il pomeriggio era andato di traverso al giorno che aveva sputato fuori la sera. (Il vizio dell'agnello)

Cos'è il rimorso? La paura della responsabilità di ciò che hai fatto o le manette a un attimo vissuto perchè vivo? Il rimorso è una tomba su cui piangere lacrime di coccodrillo. Il rimorso è in Florida. Eravamo a Milano. (Il vizio dell'agnello)

A Milano, di notte, c'è il mare. E' un mare di persone che, nascoste dall'oscurità, nuotano da un locale all'altro per pescare o per farsi pescare, un po' esche, un po' squali disinvolti e impacciati. E' un mare di guai, nelle bische volanti di Piazza Tirana, dove un dado e una pallottola rimediano sempre un buco di troppo. E' un mare in burrasca alla disperata, frenetica ricerca del divertimento prima che faccia giorno. E' un mare di equivoci in cui i travestiti brasiliani si spacciano per ex ballerine Oba Oba, ostentando, anzichè la voce delle sirene, baritonali listini dei prezzi. E' un mare che a tratti può apparire deserto e ti sembra che non ci sia in giro nessuno, ma sai che è profondo come l'oceano e, come l'oceano, abitato. E' un mare in cui potersti perderti se non ci fossero le luci dei locali aperti a farti da faro, se non ci fossero finestre illuminate anche in palazzi quasi completamente addormentati, come a dirti che a Milano le case dormono con un occhio solo. E poi ci sono i fari delle auto che dragano la città per mettere a fuoco una tentazione. I buchi dei dadi, dei proiettili, delle siringhe, delle narici da dove esce muco ed entra cocaina, i buchi del corpo umano eletti a custodi del piacere della carne. Da tutti questi buchi, di notte a Milano, fuoriesce l'acqua, da tutti questi buchi, al mattino, l'acqua rientra e nessuno ha il coraggio di ricordare che a Milano, di notte, c'è il mare. (Il vizio dell'agnello)

Il tempo di un altro Negroni e di un'altra Guinness e saremmo diventati amici per la pelle. Un altro giro ancora e avremmo progettato di passare insieme tutti i Capodanno della nostra vita. La nostra amicizia sarebbe durata, una volta usciti dal bar, il tempo che impiega un fiammifero acceso a bruciare le dita che lo reggono troppo a lungo. (Il vizio dell'agnello)

La nona rosa di pallettoni non era arrivata. Nè Fabrizio nè io ci eravamo girati a vedere chi ci stava bersagliando. Fabrizio, perchè era impegnato a guidare, e io perchè, per quante millanterie circolino anche con una gomma a terra, sulla nobiltà del vedere la morte in faccia, avevo preferito guardare avanti, fissare gli occhi, anzichè sul volto della morte, sul culo della vita che correva precedendoci lungo la via Washington. (il vizio dell'agnello)

Mentire agli amici è come mentire a se stessi. E' inutile mentire agli estranei. Se ne fregano. Ogni bugia è un regalo, ed è inutile regalare a un estraneo la parte migliore di te, perchè inventata. Non sa che farsene. (Il vizio dell'agnello).

Il giorno dopo è sempre così. Il giorno dopo qualsiasi cosa. Un anno bisestile, una passione non corrisposta, una sbornia di liquore dolce. Non riesci ad abituarti all'idea di essere già al giorno dopo. Ti ritrovi nel tuo primo pomeriggio del tuo primo di gennaio a metà novembre e ti accorgi di essere stonato, perchè fuori tempo. Per gli altri è un giorno come un altro. Per te, è un giorno come te. Sei in ritardo. Non sei ancora uscito da ieri ed è già domani, anche se gli altri lo chiamano oggi. (Il vizio dell'agnello)

Trovava ingiusto che a trent'anni vivessi ancora con mia madre o che avessi mille fluttuanti fidanzate. Sosteneva che io mi tenevo ben saldo a un solo cordone ombelicale, pur esplorando mille uteri. Mi immaginavo calato da un cordone ombelicale nelle profondità di un oceano di uteri. Dentro a uno scafandro preservativo. (Il senso della frase)

Liberarmi di Leona fu più facile del previsto. Fu imprevisto. L'imprevisto è facilissimo. Un ragazzo facile che ti si concede senza preavviso e senza preoccuparsi delle conseguenze. Un aereo che cade, un amore a prima vista, un aereo che cade su due che si sono appena innamorati a prima vista. (Il senso della frase)

Radiontologia. La radiologia dell'essere che appartiene ai posteri e ai postumi. La parola ha comunque un vantaggio sulla scienza. Prova a radiografare un cazzo e ciucciati la lastra. (Il senso della frase)

Nelle stazioni della metropolitana si era creata una geografia sotterranea con imperi da perdere e da conquistare. I mastini del Nord avevano in appannaggio la stazione Udine. Udine è nel Nord d'Italia. Porta Venezia era in mano ai coloured forse per via di Otello, il "Moro" di Venezia. A Lotto c'era il gioco d'azzardo; a Duomo i turisti giapponesi; Conciliazione, in effetti, nomen omen, non era una fermata pregiudiziale; Cascina Gobba implicava un pellegrinaggio in un hinterland di lavoratori non atletici. Gorgonzola puzza di campagna. Bande Nere pullula di neofascisti periferici. QT8 è segreto come 007; a Palestro ci sono i culturisti. Non era solo compiaciuta paranoia metropolitana. Funzionava così anche in superficie: in piazza Cinque Giornate nessuno trascorre il week-end. (Il senso della frase)

C'è un gioco sottile nel risveglio. Una fase in cui la morte ti corteggia, lusingandoti, per protrarre il sonno e convincerti a non svegliarti mai più. La morte ha la prima mano. Ti presenta caleidoscopicamente ciò che ti attende non appena avrai aperto gli occhi. Di che sudare freddo in un letto caldo. Poi, ti fa una controproposta: ti invita a tenere gli occhi chiusi, come se tu fossi il testimone di un imminente delitto mafioso. Quindi, gioca la carta del torpore: un asso pigliatutto che si porta via i tuoi progetti per il passato, ramazza l'angoscia di un presente onnipresente come Dio, ti assicura che nel futuro, per tua fortuna, non ci sarai. (Il senso della frase)

La casella della posta era piena. Pubblicità, pubblicità, pubblicità e pubblicità. Il Reader's Digest che mi spiegava come avrei potuto vincere un miliardo al prezzo di un francobollo, non sapendo, poverini, che per me un miliardo aveva esattamente già il valore di un francobollo. E non ero mai stato filatelico. (Il senso della frase)

La psicologa si era trasferita. Aveva cambiato studio. Detesto i cambiamenti, da sempre. E non perchè io sia un tipo abitudinario. Ma è negli altri che amo l'abitudine. Così, se li perdo di vista, so di poterli ritrovare. Mi piacerebbe che gli altri non invecchiassero, non morissero, non cambiassero numero di telefono. E invece gli altri vanno avanti. Non rimangono mai lì. Non dove li avevo lasciati, non come li avevo lasciati. (Il senso della frase)

Quand'ero alle medie, davanti alla mia scuola si fermava un omino a vendere castagne. Oltre a essere caldarrostaio si professava testimone di Geova, un credo secondo cui dopo l'Apocalisse i meritevoli saranno ricompensati con badilate di castagne. Diffidavo di quell'uomo perchè nel cartoccio poche delle castagne capitatemi erano commestibili. Poche si salvavano. Ora, se i prescelti si fossero salvati come si salvavano le sue castagne, vedevo decisamente improbabile la mia adesione ai testimoni di Geova. Iniziai a diffidare dell'ometto coniandomi una nuova regola: non bisognava accettare caramelle dagli sconosciuti e caldarroste dai testimoni di Geova. (Il senso della frase)

Erano "impiegati": la furia della pausa pranzo. Incravattati, pettinati, sottopagati, impiegati. Educati, accomunati, incensurati, impiegati. Esseri subappaltati nei paltò, impasticcati di Saila Menta. Creature che tentano un doppio senso con la collega meno brutta, e non si sentono in colpa perchè somiglia alla moglie. Impiegati. Invasati come olive al ritorno dalle ferie, invaginati nei loro completi da ufficio, invaniti dagli elogi del capufficio. Impiegati. (Il senso della frase)

Gli impiegati erano arrivati al caffè. Insistevano per offrirselo l'un l'altro. I più irriducibili persistevano nel parlare di automobili. Il mormorio era perciò un ibrido fricativo tra "Ferrari" e "cafferino". "C'ha il Ferrari?" "Cafferino?" "Bel Ferrari!" "Cafferino?" "Un Ferrarino?" "Ferrarino cafferino?" Un mantra buddista ripetuto ossessivamente. (Il senso della frase)

"A" non si chiamava A. E come avrebbe potuto? "A" va benissimo per cominciare l'alfabeto, ma come nome proprio è inammissibile. Nessun genitore battezzerebbe A il proprio primogenito per quanto figlio di puttana possa essere. (Io, non io, neanche lui)

La piazza era praticamente assediata da palazzi di vetro. Se per Palazzo di vetro si intende generalmente l'ONU, si sarebbe potuto, per la piazza, coniare il calembour: "ONU, nessuno, centomila". (Io, non io, neanche lui)

Anche a lui avevano rotto l'anima, quell'invisibile, impalpabile linea di demarcazione tra i coglioni, con storie del tempo di guerra. Suo nonno era stato uno specialista nel guastargli i panini con la nutella ammorbandolo con storie di privazioni. (Io, non io, neanche lui)

Non puoi avere la luna piena e la moglie ubriaca. Specie se sei un licantropo. (Io, non io, neanche lui)

"Non è facile essere una minoranza. Che so, un negro, un omosessuale, un licantropo. Hai mai sentito parlare di un licantropo nero omosessuale? Dev'essere il massimo della discriminazione. Come nero, è discriminato dai licantropi omosessuali razzisti. Come omosessuale è discriminato dai licantropi neri puritani, come licantropo è discriminato dai neri omosessuali vivisezionisti. Pensa che vita. Emarginato degli emarginati." (Io, non io, neanche lui)

Ma perchè qualcuno per ucciderti dovrebbe decidere di farlo da sotto il tuo letto. Dev'essere talmente scomodo! e poi, dai...morire vergine a ventisette anni, pensa che figura con le (poche) amiche. Come spiegare, dall'obitorio, che avevi sempre aspettato l'uomo giusto ma che forse, ecco, non esisteva l'uomo giusto se eri alta un metro e novantasette e pesavi centocinquanta chili. (Io, non io, neanche lui)

Che attendibilità si può dare alle parole di un uomo stipato in un armadio? Se poi quest'uomo è un nano, vi sembrerà sempre una mezza verità. Eppure, mezza verità è quanto di meglio ci possa essere. Non sei costretto ad accettarla come se fosse intera, e quel cinquanta per cento di libero arbitrio che ti rimane, puoi spenderlo come moneta corrente con le tue opinioni. (Io, non io, neanche lui)

De Causis aveva una sessantina d'anni e Mario una trentina, ma si erano sentiti accomunati da una sorta di istantanea elezione.L'ammiraglio De Causis era ammiraglio quanto Mario era pazzo. Entrambi fingevano di essere qualcosa perchè preferivano essere fraintesi a propria scelta, che capiti a scelta altrui. (Io, non io, neanche lui)

Non più inverno, non ancora primavera. Una stagione titubante come un ex alcolizzato di fronte a una birra. (E chi porta le cicogne?)

Nel '68 i figli si erano ribellati ai padri. Gli studenti di tutto il mondo si erano letti i pensieri di Mao. La rivoluzione era fallita perchè se li erano letti in originale con ideogrammi cinesi. (E chi porta le cicogne?)

Il male bruciava il bene e bruciava anche il male. Perchè il male non sa la differenza tra bene e male. Perchè il bene è un male con più scrupoli e che non ha da accendere. (E chi porta le cicogne?)

Ero fortunato ad avere ancora mia madre che, occupandosi di me, mi permetteva di protrarre l'adolescenza. Molto fortunato. Ero nato con la camicia: tanto valeva che me la stirasse. (Il conto dell'ultima cena)

Dopo mezz'ora di freddure, a riprova del grande freddo che stavamo vivendo, la conversazione si scaldò, grazie al vino. Il Corvo di Salaparuta beccava impazzito frammenti di vite. (Il conto dell'ultima cena)

Il Magia era completamente cambiato. Negli anni Ottanta, gli anni di piombo placcato oro da stilisti, modelle, assessori, aerobici, il Magia rappresentava il rifugio notturno di creativi e cretini. Si tirava mattino ascoltando gruppi musicali emergenti. Il guaio di emergere è che, se sei uno stronzo, galleggi, così tutti si accorgono di che pasta escrementizia sei fatto. E allora, a volte, è meglio reimmergersi nel liquido amniotico dell'anonimato. (Il conto dell'ultima cena)

La stretta della sua mano grassoccia e inanellata era meno salda di quella dell'avvocato Longoni. Ma non vuol dire. L'onore di una donna non è nell'utero e l'onore di un uomo non è necessariamente tra falangi, falangine, falangette e falangisti. (Il conto dell'ultima cena)

La stessa differenza che intercorre tra un mandante e un esecutore. Mandare è elegante, sia che si mandi un mazzo di fiori, sia che si mandi affanculo qualcuno. Il gesto è leggero, etereo, perchè privo dell'abbruttimento inevitabile presente nella fisicità. L'intenzione si fa parola e la parola, sì, diverrà gesto, ma gesto altrui, di quello che porta i fiori, di quello che va a fare in culo. L'esecutore, diciamolo, è più volgare. Il fattorino del fiorista che porta le rose imprecherà toccandone le spine. Il tipo mandato a fare in culo si scontrerà con l'ingombrante opulenza del deretano. (Il conto dell'ultima cena)

La polizia arrivò, ci interrogò e in seguito alle nostre risposte ci offrì un passaggio in auto sino a via Fatebenefratelli. Un nome bizzarro per una via in cui ha sede la questura. Fatebenefratelli sembra una frase ad hoc pronunciata da sorelle incestuose. Invece è il nome dato agli appartenenti all'ordine religioso laicale e sacerdotale degli ospedalieri di San Giovanni di Dio. In ogni caso i poliziotti non sono nè sorelle incestuose nè ospedalieri. E' facile però che ti mandino all'ospedale se ti pescano a insidiare le loro sorelle. (Il conto dell'ultima cena)

Non esistevano più barriere generazionali tra giovani e anziani, non esisteva più il gap generazionale nè il GAP dei Gruppi Armati Proletari. Al posto del GAP c'era la COOP, al posto delle BR c'erano le P.R., al posto del CAF c'era il vaff....dei voti di protesta. Stavo diventando vecchio. Un tempo per far venire i brividi a una ragazza mi era sufficiente dirle: "Ti va?". Ora avrei dovuto dirle "Tivù?", prospettandole il miraggio di un'apparizione in abiti succinti per reclamizzare una merendina. Gli appetiti vengono mangiando. (Il conto dell'ultima cena)

Il dolore è sordo, il dolore è muto. Il dolore è sordomuto. Sordo perchè ascolta solo se stesso, muto perchè non ci sono parole che possano parlarne. (L'assenza dell'assenzio)

La differenza tra un corsaro e un mantenuto è che il corsaro vuole una donna in ogni porto, il mantenuto si accontenta di un porto sicuro. (L'assenza dell'assenzio)

Intercettai al volo quattro sangrie e il mio umore migliorò sensibilmente. Se fossi riuscito ad accedere alla quinta sangria probabilmente avrei cambiato idea anche sul matrimonio. Il guaio è che si beve dopo il matrimonio, non prima, per questo l'istituzione è in calo costante. (L'assenza dell'assenzio)

Gli uomini invece mi erano insopportabili. Alex, un dentista di successo, faceva l'effetto di un filo interdentale tra lo scroto. Neanche un rompicoglioni, piuttosto uno che applicava il divide et intempera anche alle palle. (L'assenza dell'assenzio)

La noia. La noia andrebbe calpestata con scarpe con la para. Diventerebbe paranoia, una malattia mentale meno pericolosa. (L'assenza dell'assenzio)

A furia di perdere pezzi ogni tanto ne ritrovi qualcuno. Quello che li ha raccolti non è meno distratto di te e, seguendo il tuo cattivo esempio, li lascia in giro. Ti capita così di impossessarti nuovamente di cose la cui scomparsa ti aveva macerato, convinto com'eri che fossero finite al macero. (L'assenza dell'assenzio)

Quanti fotomodelli erano passati sotto i ponti, e quanti fotomodelli erano finiti sotto i ponti. Per non parlare dei fotomodelli che avevano cercato di contattare Carlo Ponti, per sfondare nel cinema. (L'assenza dell'assenzio)

Era mezzogiorno. Un'ora morta per il Trottoir, niente rovinati o innamorati. Gli artisti dormivano ancora. Qualche pensionato scroccava un bianchino. Erano l'antitesi dei vampiri. Vivevano solo di giorno, la notte facevano prove generali per la propria morte. (L'assenza dell'assenzio)

Il ricordo di un levriero afgano che mi era stato abbastanza indifferente e la sua testa recisa mi fecero però improvvisare una preghierina e un mimetizzato segno della croce. Faccio così, di solito, quando incappo in portoni parati a lutto o funerali di estranei. Mi secca segnarmi, col mio carattere e la mia reputazione sarei più propenso a toccarmi i testicoli. Però scatta qualcosa. Un vago rispetto per lo sconosciuto assente che, nonostante tutte le mie cattive intenzioni, mi costringe ad abbozzare un "Nel nome del Padre...". A causa della mia vigliaccheria fingo di grattarmi la fronte, di cercare un'invisibile macchiolina sulla cravatta all'altezza del petto, di togliere della polvere dalla mia manica sinistra, di eliminare un pulviscolo dalla spalla destra, di schiacciare una mosca a mani giunte. Amen. (L'assenza dell'assenzio)

Nel delirium tremens il buon Weber vedeva scarafaggi immaginari. Nella vita di tutti i giorni se li mangiava, e di gusto. Uno dei pochi uomini al mondo a nutrirsi dei propri sogni. (L'assenza dell'assenzio)

Il bagno era pieno di gente che si stava forsennatamente lavorando di mano il pistone. Poveracci. Gente a cui era concesso da donne findus di poterle omaggiare una volta al mese. E proprio quel giorno l'uccello diventava un pesce d'aprile. (L'assenza dell'assenzio)

Già, ma quanto c'è di vero in una foto? Una foto mossa e miss mondo sembra epilettica e sfocata. Fotografa d'estate qualcuno in camicia e non si vede, nelle diapositive, d'inverno, a casa di amici, il sudore serrato sotto le ascelle in un alone umido. (Il dente del pregiudizio)

Le tre sorelle Sgiunzi erano due. Mantova e Modena, le sorelle operanti, non avevano abbandonato la casa paterna. Venezia, la terza sorella, si dice fosse morta annegata. (Il dente del pregiudizio)

Si dice che l'anima resta e la carne muore. E lo si dice sottolineando l'importanza dell'anima rispetto alla carne. Che errore! Proprio perché muore la carne è più importante dell'anima. Di anime ce n'è un vagone di scorta. Ma di carne…Quando la carne è finita, in segno di nervosismo ti mangi le unghie. E' la carne che è importante, l'anima la trovi anche al supermarket delle fedi:animismo, reincarnazione, ortodossi, poco ortodossi, per niente ortodossi, mormoni, cattolici, calvinisti, ce n'è per tutti, e ciascuno di noi ha un solo inestimabile corpo e mille anime in accessorio. L'anima buona, l'anima candida, l'anima nera. Possiamo essere un giorno generosi e un giorno crudeli. Un giorno innamorati e un giorno carichi d'odio. E' solo il corpo, la carne, che testimonia che siamo sempre noi, la stessa persona che cambia tutte queste anime, tutti questi atteggiamenti, come un vestito: l'anima casual, l'anima da sera.(Il dente del pregiudizio)

Il cappotto di cammello era talmente pieno di chiazze poliformi, carnascialesca eredità di tre giorni bisbocciosi, da sembrare un costume. Quale? Chi può dirlo. Un pene tumefatto e multicolore: Arlecchino servitore di due coglioni; un viveur annoiato ma fondamentalmente romantico, che si era prodotto con scarsi risultati tra le sei braccia di tre prostitute: l'opera da tre sorche. Oppure, forse, si era mascherato, allampanato com'era, da albero di Natale, decorato da sadomasochisti: il giardino dei cilici. Tre deformazioni, tre metamorfosi di successi strehleriani anni settanta, vissute in ritardo alle soglie del duemila.(Il dente del pregiudizio)

Convenzioni. Il colore della morte non è nero, proprio come quello della nascita non è né azzurro né rosa. Tanto meno trasparente. La morte è turchese, forse. Fa fine ma non impegna. Come turchese è il colore del cielo, un paradiso perduto e ritrovabile, e dell'inferno, sempre a portata di mano. Il Turchese è fuggevole. La morte corre piano, per essere raggiunta. Per accedere al turchese, qualsiasi cosa sia, ci vuole tempo. Io non ne avevo.(Fuggevole turchese)

Mancavano ancora poche ore al chiuso per ferie. Poi sarebbe subentrato il chiuso per furto. E i topi d'appartamento avrebbero danzato per la città abbandonata mentre i gatti pasciuti dai loro risparmi si sarebbero dati appuntamento al grande dancing Riviera del tutto compreso, sesso, soldi e sons a carico.(Fuggevole turchese)

Lo zio si era scolato due bottiglie di Pigato e adesso stava veleggiando a tutto pappafico vinoso, cazzando la randa e rompendo il cazzo coi suoi ricordi di randa.(Fuggevole turchese)

Io sono contemporaneamente seducente e sedicente. Seduco e racconto cose su di me.(Fuggevole turchese)

Ercolino Vivacchia era il più giovane di otto fratelli. I sette fratelli si erano trovati sette spose e lui militava nel singolaggio.Il padre, un noto imprenditore edile, si dice anche palazzinaro, era caduto da un'impalcatura. La madre che lo aveva messo in cantiere era morta dandolo alla luce. I fratelli erano diventati diverse figure genitoriali. Era già difficle avere a che fare con due genitori, immaginatevi con sette. Ercolino aveva frequentato le scuole più esclusive di Roma. Talmente esclusive che lo avevano escluso espellendolo.(Fuggevole turchese)

 

La casa fa schifo, è una mantenuta che vuole essere comprata perché tu ti illuda di possederla. Sono più oneste le case in affitto, puttane a scadenza determinata, oppure i residence dove vivono le modelle di serie B, le bodelle, che si trasformano in residance, per l’ultimo ballo dopo la chiusura della discoteca. O, meglio ancora, le case di tolleranza, inopinatamente chiuse in Italia da quella fattucchiera della maga Merlin, senatrice per di più, dove entri ed esci, pagando un tot, senza ricatti emotivi. (Nonostante Clizia)

Ero innamorato di una certa Euridice. Ero innamorato di lei. Totalmente innamorato. Innamorato come un totano. Me ne resi conto solo quando mi lasciò, di punto in bianco. Accadde in un attimo. La tortura durò un mese, febbraio. Il primo febbraio: "Ti lascio". "Ma va’". "Vado, vado". "Scherzi?". "Mai stata così seria. Anche se mi dispiace". "Sarebbe come dire che non mi ami più?". "No, per amarti, purtroppo, ti amo. In fatto è che fino a ora ho sofferto solo io". "Avresti potuto dirmelo. Non me ne sono mai accorto". "Appunto. Ho sofferto per due. Non riesco più a reggerlo. Ti cedo la tua parte di dolore. Così soffriremo in due per la mia decisione". Febbraio ha ventotto giorni, ventinove negli anni bisestili. La prima settimana la spesi coprendo Euridice di insulti telefonici, la seconda umiliandomi pregandola di tornare, la terza cercai di farmene una ragione e smisi di chiamarla. Un silenzio totale, come un colpo sparato col silenziatore. La quarta cominciò a chiamarmi lei, così, un po’ per salvare la nostra amicizia e proteggerla dal nostro amore. Facevo il brillante cercando di recuperarla. Ogni due telefonate fingevo che non mi importasse più nulla di lei, in realtà non mi importava più nulla tranne che di lei. Sette giorni di parolacce, sette di "Ti prego", sette di "Io non chiamo, prendo appunti!", sette di "Com’è bello essere single. Come è buono il single malt!". Sette quattordici ventuno ventotto. Quello era un anno bisestile. Il ventinove febbraio mi resi conto di essermi perso. (Nonostante Clizia)

Naturalmente la città non va a dormire con Lazzaro Santandrea. Anche se i maligni dicono che mezza città è andata a letto con lui. E il Bunker, la sua trappola per tope di via Washington, solo nel Duemila è stato visitato da un numero imprecisato di gnocche agnostiche che chiameremo X, decise a lasciarsi convertire. Questo si chiama sesso, talvolta divertimento, raramente amore, solitamente solitudine affollata. (Nonostante Clizia)

Due parole. Giusto per uscire da un casino e infilarsi in un altro. Due parole, tipo "Ti amo", dette controvoglia alla persona sbagliata o alla persona giusta che in quel momento non ne ha voglia. Due parole che possono pesare come due macigni rotti di cui ci si dimentica l’inevitabilità dei conseguenti sassolini. Due parole, le giuste due. Quelle che chiudono un discorso che non avrebbe meritato di essere stato aperto. Due parole per prendere le distanze dalle circostanze. Due parole per uscire da un tamponamento a catena, appiedato, e guarda un po’, solo sulle tue gambe. Il problema è che quelle due parole non escono mai al momento giusto. Ti tempestano i rimorsi e i rimpianti perché non sono state tempestive. Si ricomincia, signori, con poca sintesi e molta enfasi quando le due parole si moltiplicano. A questo punto, giustappunto, è meglio andare a capo. A capo di una situazione imbizzarrita ma non imbrigliabile. A capo e sul dorso di una vita che si rivela un cavallo di razza tanto più è incrociata. Un cavallo a un crocevia. Questa è la soluzione. Un cavallo piazzato improvvisamente spiazzato da tutte quelle croci che se ne vanno via. Due parole: "Vado via". Mi correggo: "Forse torno". (Nonostante Clizia)

Il seminario fu un inferno. Del resto sull'inferno i cattolici hanno creato un business. (L'ultimo dei neuroni)

Il sesso, come il sacerdozio, è una vocazione. L'amore è un'invocazione. A un certo punto della tua vita, che chiameremo x, ti appelli al quinto emendamento e quindi ti rifiuti di pronunciare frasi che potrebbero essere usate contro di te. Eppure ti scappa un: "Ti amo" rivolto a un'entità squisitamente fisica perchè si manifesti, ne avverti il bisogno. Ti catapulti sull'altro incurante dei danni che gli arrecherai e ti arrecherai. (L'ultimo dei neuroni)

Al cinema Odeon di Milano, preberlusconi, proiettavano L'esorcista. Si vociferava, puro battage pubblicitario, che negli Stati Uniti, alla prima del film, una donna incinta avesse partorito un bambino settimino, malato di setticemia e cultore di Seth, divinità pagana. Nessuno se l'era bevuta, forse solo quei fresconi di americani. Noi spettatori presenti ci limitavamo a darci di gomito vedendo Linda Blair che vomitava verde, ripromettendoci unicamente di non mangiare più spinaci alla faccia di Braccio di Ferro, né di sbafarci coni al pistacchio per i prossimi tre mesi. (L'ultimo dei neuroni)

Alice era figlia unica. E ne era felice. Che bisogno aveva di un fratello con cui "giocare" quando c'era già papà? E poi Alice non giocava mai. Mentiva. Come papà. quello era il loro gioco. Papà le diceva: "Non sei mia figlia, sai, ti abbiamo trovata sotto a un cavolo". "Cavolate" ribadiva Alice. "Vergogna. Non si dicono parolacce. 'Cavolate' non è un'espressione da signorina. Si dice cazzate." "Cazzate" diceva Alice, "dal latino cazzata, cazzatae." "Così mi piaci Alice. L'istruzione è quasi importante quanto la distruzione." (L'ultimo dei neuroni)

Alice aveva chiuso la bocca delusa. Il dentista dei suoi sogni approfittando del fatto che Alice fosse prigioniera sulla poltrona da dentista, le era zompato a cavalcioni. Un'orrida parodia dell'amore che Alice aveva sognato di ricevere da lui. Il dentista si intendeva di carie. Non si intendeva di Alice. Le aveva proposto il pene turgido dicendole la solita frase: "Apri la bocca". Alice aveva aperto la bocca. Poi l'aveva chiusa di colpo. Goodbye prepuzio. Era schizzata fuori mentre il dentista apriva lui la bocca. In un urlo. Alice riusciva sempre a rubare qualcosa alle persone. Che fosse un urlo o un brandello di pene. (L'ultimo dei neuroni)

Rudy per Rodolfo, Tony per Antonio, Beba per Barbara. Rudy, Tony, Beba, nomi corti come la vita, diminutivi che si indossano nell'infanzia, ti vanno ancora bene nell'adolescenza, ti ringiovaniscono nell'età adulta, ma quando hai i capelli bianchi, le borse non firmate sotto gli occhi, il doppio mento e la vista dimezzata, ti stanno stretti. (L'ultimo dei neuroni)

Invecchiando, contrariamente all'opinione comune, non ti indebolisci. Anzi, diventi più forte. Sei un culturista della vita che solleva un chilo per ogni anno vissuto. Novant'anni, novanta chili. Sei anche più forte di qualsiasi altro culturista perchè loro sollevano solo in gara o in allenamento, tu, i tuoi novanta chili d'età, non li molli neanche per un attimo. (L'ultimo dei neuroni)

Ci sono uomini che attirano le donne perché sono magnaccia. Ci sono uomini che attirano le donne perché sono magnati. Ci sono uomini che attirano le donne perché sono magneti. Io appartengo a quest'ultima categoria. (Ho fatto giardino)

La madre di Lazzaro Santandrea era una donna forte. Forse tutte le donne lo sono. Più che forti sono un forte, un avamposto di emozioni proprie e altrui che non devono essere espugnate. (Ho fatto giardino)

La moda stava ammazzando la città. Corso Vittorio Emanuele, che un tempo era definito la piccola Broadway per via dei cinema e dei teatri che lo illuminavano, si era trasformato in un ghetto di lusso per boutique. Il quadrilatero della moda si era trasformato in un Triangolo delle Bermuda e dei bermuda firmati. Sparivano bar, liberire, negozi di penne. Latterie. In tutta Milano. Milano sotto assedio. Una città di boutique lanzichenecche. (Ho fatto giardino)

In quel preciso momento era necessaria un'assoluta rivoluzione delle fashion victim nei confronti della moda. Imperativo ammollare fendenti alle sorelle Fendi, mettere ai ferri (e fuochi) Ferrè, armarsi contro Armani, coprire di versacci Versace, usare la carta moschicida con Moschino, mandare Missoni in missione nello Zimbabwe. Ma non funzionava così. Alla fine ne uscivano tutti griffati e ingrifati. Qualcuno opponeva una vellutata resistenza del Kenzo, nonostante Krizia. Ma, storicamente, dai favolosi anni Ottanta in poi ci ritrovavamo tutti più docili, quasi teneri, a cospetto del mondo della moda. Come dire? Dolci e gabbati. (Ho fatto giardino)

Il momento più mortifero del settimo giorno era il postprandiale. Il silenzio urlava alla città: "Sei una ghost town!". Solo in televisione c'era un po' di movimento. Dentro il televisore. Presentatori, ballerine, opinionisti, attori di soap opera, fantasmi dell'opera, si dimenavano e rumoreggiavano fingendo di divertirsi nell'inconsapevole (o forse no) replica delle feste delle medie, con tanto di gioco della bottiglia, del "mima la canzone" e dei lunedì da oratorio di periferia. Ma anche le ballerine perizomate, per quanto si agitassero, si trovavano in una (peri)zona morta. (Ho fatto giardino)

Pessima reputazione. Avete una vaga idea di quanto costi mantenere una pessima reputazione? E' più esoso che mantenere uno yacht con equipaggio, una Ferrari, i parenti delle vittime del crollo di una miniera, un'attrice americana con cui hai proliferato, un locale notturno in cui di notte non viene nessuno tranne i camerieri. Mantenere una pessima reputazione è uno stillicidio economico. Non dico proprio come mentenere una leggenda, ma quasi. (Ho fatto giardino) 

 
 
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