Libero 13 - aprile 2005 

La cronaca vera diventa best seller

Spezi scrive le esperienze col Mostro di Firenze, Colaprico con la mala milanese, Pinketts si ispira alle sue inchieste: i cronisti di nera diventano protagonisti dei loro romanzi

Come è possibile avere voglia di scrivere ancora di morti ammazzati quando la tua vita è vicina a quella di un becchino pronto a scattare a ogni accenno di ritrovamento di un cadavere? Quando le tue dita digitano con la stessa facilità il numero della mamma e quello della polizia, e la voce del capoturno è capace di assicurare una tranquilla serata o di cambiarla in incubo? "E' come dire se dopo che hai cucinato per casa, hai voglia di mangiare al ristorante. Certo che sì. Ogni cronista sa bene che ha uno spazio più o meno limitato, che interessa a una non meglio identificata entità, che va dal lettore al direttore. Scrivere un romanzo è totalmente diverso. Altro linguaggio, una maggiore libertà, un uso più intimo di ciò che vedi e ciò che provi, ammesso che uno provi qualcosa". Se lo dice Piero Colaprico, alla terza edizione di "Trilogia della città di M." (Marco Tropea ed.), con cui ha vinto il premio Scerbanenco, di mestiere inviato speciale di Repubblica, cronista di nera e giudiziaria negli anni dei Morabito e di Tangentopoli, non deve esserci nulla di strano. Considerato poi che il vecchio Kola (come lo chiamano gli amici) è in buona compagnia, basta andare in libreria. I libri di maggior successo, assieme alle ricerche del Sacro Graal o delle maddalene dietro i cenacoli, sono quelli scritti dai cronisti di strada, gente che insieme all'asfalto ha mangiato, come si dice con vezzo realistico, tanta merda, oltre che assistere a una serie di porte in faccia di magistrati e avvocati. E per un ritorno di equità, i professionisti degli arresti e delle indagini sono portati a rispettare di più questi strani scrittori. "Adesso trovo investigatori che sono anche lettori, mi danno consigli. Trovo anche qualcuno che mi dice: "solo tu puoi capire questa cosa", mi arrivano più soffiate" spiega ancora Colaprico. La compagnia di cronisti di nera che diventano scrittori è molto ampia, conta, ad esempio, lo scomparso redacteur en chef del quotidiano La Marsellaise, il giallista cult Jean-Claude Izzo, che con il suo Fabio Montale ha fatto innamorare non solo Lola e Babette (donne che lo ispiravano mentre beveva il Lagavullin) ma migliaia di fan che tuttora seguono le uscite editoriali postume. E ancora, c'è il cronista di nera per 13 anni del Los Angeles Times, Michael Connelly, maestro del thriller autore de "Il ragno" (Bancarella 2000); il suo "Debito di sangue" è diventato nel 2002 un film girato da Clint Eastwood. Poi c'è lo scrittore scozzese Ian Rankin: tra tutti i suoi lavori faceva anche il giornalista, anche se trae spunto più dalle serate al pub. Per poi ritornare in Italia a Carlo Lucarelli che collaborava per Il Resto del Carlino, a ancora, per cambiare genere di scrittura c'è Pino Corrias che dalle pagine di Repubblica si è trasferito a Raifiction, a scrivere serial come La squadra. E questi sono alcuni esempi di un fenomeno che in passato ha contato nomi da paura. Uno su tutti, Georges Simenon, cronista in gioventù alla Gazette de Liège, un lavoro che svolgeva con la stessa dedizione bulimica che avrà da scrittore. O Manuel Vasquez Montalbàn che scriveva per El Pais e Gabriel Garcia Marquez per El Espectador, non dimenticando Dino Buzzati e le sue notti di "lunga" al Corriere della Sera. In questi ultimi casi, sembra piuttosto che scrivere sia stata la priorità e che il giornalismo abbia funzionato da volano. "Io volevo fare lo scirttore, la cronaca nera per me è stato un escamotage" confessa Andrea G. Pinketts, "facevo di tutto, anche scrivere per Onda Tv. Ho esordito per Giallo Mondadori all'inizio degli anni '90 quando avevo già scritto tre libri e da sette anni facevo una vita parallela". "Una volta un petroliere veneto mi chiese di dirigere un giornale, il Corriere delle Alghe", racconta ancora Pinketts "e lo feci, e credo anche che se tutti, in un certo senso, possono fare il direttore del Corriere della Sera, solo i pazzi possono farlo di quello delle alghe". Un'altra spiegazione per questa attrazione fatale, potrebbe essere che quando ti sei abituato a una dose di adrenalina al giorno, la scrittura non può che essere la ricerca di questa realtà vissuta nella sua estrema unzione, sotto la luce livida dei neon delle sale stampe delle questure. "Io sono per le inchieste borderline e anche quando scrivo libri, mi piace sondare settori sconosciuti. Il mio libro "Il boia" (ed.Hobby & Work) affronta il mondo delle sette sataniche da dentro" questa la versione dei fatti secondo Edoardo Montolli all'esordio in libreria, dopo inchieste giornalistiche pubblicate su Maxim. Un atteggiamento vicino al maestro delle detective-story degli nani '30 Weegee il Famoso, un rabdomante delle situazioni estreme immortalate nelle sue fotografie. E se alla base di questa sindrome da inchiesta acuta ci fosse una grande passione? "Parto dal desiderio di voler raccontare un ambiente, o un dettaglio. A volte scrivo perchè mi sta antipatico qualcuno, a volte perchè lo amo" confessa Colaprico. "E il giallo allora diventa un mezzo da cui partire, visto che io credo di conoscere molto bene i meccanismi delle indagini. Ho parlato a lungo con persone che hanno ucciso, con vari detective, ho conoscenze non bananli con ex criminali, poliziotti e carabinieri". Per altri cronisti di nera, scrivere libri dà la possibilità di "cantarsela tutta", come è successo a Mario Spezi, capocronista di giudiziaria de La Nazione, con il libro "Il passo dell'orco" (Hobby & Work). Il suo modo di presentare i fatti circa il mostro di Firenze ha infastidito non poco i titolari delle indagini, tanto che è stato indagato per favoreggiamento."In quel caso non avevo usato i nomi veri dei personaggi della vicenda, nel prossimo libro che esce a settembre per Sonzogno (titolo provvisorio "Dolci colline di sangue" scritto assieme al giornalista americano Douglas Preston) invece i nomi li faccio tutti", rivela Mario Spezi. Oltre a questi rischi del mestiere, c'è però un vantaggio per chi scrive fiction invece che cronache: che l'assassino sa sempre chi è. Ma anche qui ci sono delle differenze. "a volte l'assassino è cambiato in corso d'opera, a volte era lui dall'inizio, il bastardo, e dovevo seminare la sua strada di falsi indizi. Le gabbie non mi piacciono, nemmeno nella scrittura", rivela Colaprico. Conosce bene il suo assassino dall'inizio della storia anche Montolli, mentre Pinketts parte disinteressato: "Io non so chi è l'assassino, m'interessa piuttosto il circo barnum che c'è attorno". Come nel suo prossimo libro, esce a maggio, "L'ultimo dei neuroni" (Mondadori): "Parlo con il mio metodo delirante delle cellule cerebrali, come se fossero dei pellerossa", spiega, meglio non spiega, Pinketts. Certo è, invece, che la scrittura non concede fama, di questi tempi. "....I libri danno più soddisfazioni, oltre ai soldi necessari per cambiare l'auto".

 

Giusi Di Lauro

 

                                                        

 

 

 


 
 
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