Il giornale - 29 aprile 2005

Pinketts sa usare bene i "Neuroni"

L'ultimo dei neuroni è anche l'ultimo (in ordine cronologico) libro di Andrea G.Pinketts, scrittore milanese asceso negli anni Ottanta a icona dell'edonismo meneghino, quello della "Milano da bere". Sotterrati quei tempi inconsapevoli e felici, Pinketts non ha mai seppellito l'ascia di guerra. Ci ha infatti sfidato a duello nel caso in cui parlassimo male di questa sua ultima fatica, pubblicata da Mondadori e in uscita il prossimo 3 maggio. E l'arma della sfida non può essere la penna. Che occasione. Finalmente qualche intellettuale che si fa avanti. Qualcuno con un po' di sangue nelle vene. Ci siamo avvicinati dunque all'opera con tutta la migliore volontà di stroncatura preventiva. Pregustando la lotta. Dopo tutto è lui che scrive: "applicando la legge antifumo ci hanno impedito di fumare il calumet della pace". E invece niente, perchè il libro ci è piaciuto, ci ha divertito, qua e là ci ha fatto pensare. E' vero che è un po' il solito libro alla Pinketts (ne ha scritti una dozzina), dove il gusto per la battuta e il calembour prevale anche a discapito della chiarezza narrativa, ma è altrettanto vero che lui è scrittore di quelli che non rinunciano ad affondare il colpo. A confrontarsi con i temi forti, magari trattando il Vuoto come se fosse un personaggio, anzi un antagonista. Ancora una volta, il doppio senso è nel titolo stesso del libro. I Neuroni sono i "pellerossa del cervello" e al pari dei quasi omonimi Uroni si confrontano con l'idea della propria estinzione. Quella che forse l'autore paventa è l'estinzione delle idee, perciò fornisce al lettore, come anticorpi, le pillole di questi suo racconti tenuti insieme dal pretesto di una narrazione orale, da adolescenti attorno al fuoco di un campeggio. Anzi, l'Adolescenza è tema pinkettsiano per antonomasia. E' un po' la sua dichiarazione di poetica, tra ragazze da urlo ("e mica di Munch") e giovinastri della Milano bene che crescono futili e crudeli e si chiamano, in rima, Giangaleazzo (ci siamo capiti). Nell'universo di Pinketts "la vita fa schifo, ma la morte è peggio", il noir si stempera in un arcobaleno di storie surreali, dove la lingua fa da padrona, in senso proprio e figurato (si veda il racconto "Passami la lingua"). Il nostro eroe gira la frittata della lingua dopo aver rotto inevitabilmente le uova nel paniere del senso comune, e a volte anche del buon senso. Si arrampica sugli specchi insaponati della vis comica, come un Gatto Silvestro spericolato e incosciente, sempre risorgendo dalla caduta intatto e con rinnovata pervicacia. Nel West ideale di Pinketts i critici letterari sono mezze cartucce che hanno sgarrato. Quelli sì, vanno duellati in un mezzogiorno di fuoco. Noi invece ci berremo sopra, a mezzanotte al saloon.

 

Paolo Bianchi 

 

                                                        


 
 
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