Andrea G.Pinketts

L’uomo, lo scrittore e il personaggio

del Noir milanese

Perchè intervistare lo scrittore Andrea G. Pinketts? Perchè Milano è anche questa, Pinketts, una rarità ma una fortuna per noi tutti. 

Una metropoli milanese così chiusa, così provinciale se la paragoni a Londra, a New York o a Hong Kong, partorisce un uomo che la vive nelle pieghe più profonde e nascoste tra i vicoli del Giambellino, il vecchio Le Trottoir di Corso Garibaldi e lo Smooth di via Buonarroti; uno scrittore amorale, apolitico, a-preconfezionato che ogni primo novembre inizia a scrivere i suoi romanzi, il più noto “Lazzaro, vieni fuori”,  rigorosamente a penna, sferzandoci un autentico pugno nello stomaco con il senso della vita? No, con il senso della frase ! 

.Andrea, alla tua presentazione del nuovo libro di Giancarlo Narciso con Andrea Carlo Cappi, nella storica Libreria del Giallo in Via Peschiera 1 a Milano, hai detto che non ami definirti scrittore di gialli e non ami l’appellativo noir, ma ti definisci scrittore avventuriero ... che cos’è l’avventura per Andrea G. Pinketts? 

L’avventura è la conditio sine qua non in cui mi sono sempre costretto con piacere a vivere; nel senso che a distanza di anni mi rendo conto di aver vissuto delle vite parallele alla mia, soprattutto quando facevo il giornalista investigativo.

Come giornalista investigativo per Esquire ho vissuto come barbone  alla stazione centrale nel ‘90, nel momento della massima allerta della criminalità: ho fatto il barbone, non ho finto di essere un barbone, sono veramente stato barbone, non tornavo a casa a cambiarmi e ho vissuto una realtà che non mi apparteneva.

Quando mi sono infiltrato tra i satanisti di Bologna portando all’arresto di Marco Dimitri, sono stato satanista nel momento in cui interpretavo quel ruolo in una totale immedesimazione inevitabile per essere credibile, e soprattutto per non essere scoperto. Uscire da esperienze del genere era quasi traumatico: dovevi veramente darti il pizzicotto sulla guancia per dirti sono io, sono Andrea Pinketts e non sono quell’altro che sono stato per un certo periodo.

Appunto, io parto dal concetto che la vita sia breve ma larga, è corta ma larga, puoi dilatarla attraverso il calarsi in ruoli che non ti appartengono neanche lontanamente, vivi altre vite, questa è l’avventura.

L’avventura è stato quando ho fatto lo sceriffo di Cattolica: il sindaco di Cattolica, Gianfranco Micucci, in seguito a questo tipo di inchieste mi ha fatto eleggere detective comunale per contrastare  le infiltrazioni camorristiche sulla e nella riviera romagnola. In sei mesi di sceriffato sono riuscito a far eseguire centosei arresti: questa era l’avventura, perchè non sapevi come sarebbe andata a finire, e tutto ciò inevitabilmente ti lascia delle tracce anche quando scrivi d’altro, anche quando scrivi di fiction. Il mio rapporto con l’avventura è anche legato al fatto che ho vinto nel ‘96/’97 la prima edizione del premio Jack London. Jack London è l’avventuriero per eccellenza: l’anno dopo l’ha vinto Ettore Mo, che è l’inviato di guerra  del Corriere della Sera, un uomo che ne ha viste veramente di tutti i colori; io se vogliamo sono più provinciale perché rispetto a Ettore Mo le ho vissute in Italia, anche se effettivamente corri gli stessi rischi in Afganistan tanto quanto se ti trovi  in piazza Tirana in fondo al Giambellino durante una seduta di dadi truccata.

L’avventura è anche il piacere del rischio, è il farsi la barba con il rasoio a mano anziché usare il gillette. Infatti io mi taglio sempre ogni volta, usando il gillette! Pensa se usassi un crismalese come Salgar, mi sarei già tagliato la gola da solo. 

.G.A.Z nei prossimi numeri intervisterà anche Giancarlo Narciso e Andrea Carlo Cappi, per poter raccontare ai nostri lettori un genere letterario che sembra avere più adepti all’estero che in Italia, sei d’accordo?

No, non credo, o meglio forse è stato vero fino agli anni novanta, ma poi improvvisamente è stato abbattuto questo muro di gomma che esisteva come preclusione verso la letteratura di genere ed è partita una sorta di pattuglia di scrittori di cui faccio parte con Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Giancarlo De Cataldo che ha scritto Romanzo criminale: da veri pionieri, abbiamo fatto da apripista al genere. Giancarlo Narciso e Andrea Carlo Cappi, anche se sembrano più vecchi di me, sono di una generazione successiva. Il genere “noir”, sempre tra virgolette perché il genere è ancora ignoto, e in realtà è giusto che lo sia, visto che di mistero si tratta, se una volta era bandito, adesso è quasi diventato di moda anche in Italia, è difficile trovare un romanzo nella cui presentazione alla stampa non ci sia la parola “noir”. Ormai è tutto noir, già nel ‘94 Voci di Dacia Maraini era etichettato come noir, per cui il noir corre il rischio addirittura di essere inflazionato. 

.La sig.ra Tecla, adorabile signora che ha dato grande attenzione a giovani talenti del genere, è anch’ella un’avventuriera?

Assolutamente si! La storica Libreria del Giallo di via Peschiera nasce nel 1985 da Gianfranco Orsi, allora caporedattore del Giallo Mondadori, e Gianni Rizzoni, editore di pregio. Tecla è subentrata nel ‘90, entrando in questa operazione assolutamente a rischio, perché se è vero che a New York e Londra esistono librerie deputate al giallo e al mistery, in Italia e a Milano era una scommessa. Poi, il farlo a ridosso di una chiesa come San Nazaro in Brolo era altrettanto rischioso perché non si capiva se i peggiori elementi fossero quelli che frequentavano la libreria o la chiesa; tant’è vero che poi dalla chiesa siamo stati sfrattati e Tecla comunque ha tenuto duro, è stata e lo è tuttora una sorta di madrina di molti scrittori; non mia perché io ero già emerso dalle acque. Purtroppo da poco la libreria ha chiuso i battenti e Milano perde una perla storica del mondo del giallo! 

.Ho notato alla presentazione l’illustre presenza del critico letterario Carlo Oliva: è un amante del genere o semplicemente segue tutto ciò che è ben scritto?

Carlo Oliva è un grande critico letterario: ha scritto la prima storia sociale del giallo, e quindi è un grandissimo estimatore del genere, un letterato che non ha mai considerato il giallo di genere e men che meno di serie B. Con  Carlo Oliva avevamo fondato la Scuola dei Duri, io ne ero il capitano; nel movimento nato nel ’93 c’erano anche Davide Pinardi, Alessandro Oliva, Sandro Ossola e Alessandro Riva . 

 .I tuoi libri sono molto amati dal pubblico giovanile, e ho scoperto ancor più da quello femminile, ho almeno una decina di amiche che hanno letto i tuoi libri e che sanno tutto su di te, sai dirmi il perché?

Credo dipenda dal fatto che le brave ragazze hanno sempre amato i mezzi mascalzoni, e in fondo, i lettori in Italia sono prevalentemente femminili, è indiscutibile ci sono più lettrici che lettori.

E’ evidente che io sono al di là del genere e che ho codificato senza volerlo un tipo di scrittura se vuoi, persino maschilista, una scrittura in cui il protagonista  è veramente un personaggio autobiografico; è uno molto attento al femminile ma assolutamente politicamente scorretto. Ecco, io credo che la letteratura sia come una lady inglese che apprezza il baciamano ma anche ogni tanto una robusta pacca sul sedere!

.So che non ami la tecnologia, e che scrivi tutti i tuoi romanzi a penna; quale male nasconde la tecnologia per Pinketts?

Per me la tecnologia è assolutamente qualcosa di alieno: io non ho nessun senso pratico, e invece ho qualcosa di squisitamente fisico che si contrappone alla tecnologia. Credo che la tecnologia sia utilissima, ma come sono utili per la costruzione delle piramidi gli schiavi che trasportavano i blocchi di pietra; è giusto che ci sia lo schiavo che porta il blocco di cemento ma non voglio essere io quello: io sono il faraone, posso progettare la piramide, ma non porto i massi.

 .Sappiamo che sei spesso al Le Trottoir, noto locale milanese, in quali altri luoghi possono incontrarti i lettori?

Al Le Troittoir in realtà io scrivo, al piano superiore c’è la sala Andrea G. Pinketts che è quasi il mio sancta sanctorum.

Tutti i giovedì  invece sono al Sud del Mondo in via Solferino dove presento Il giovedì  del Giallo ormai da anni. Tutto è nato nel 1992: la cosa doveva avere la durata di vita di una stagione, neanche, di un mese (la prima edizione si chiamava Giallo d’Aprile) e in realtà sono 16 anni che continua. Un impegno gravoso, nel senso che nel corso degli anni si sono avvicendate su questo e altri palcoscenici delle storie di vita, di malavita, perché per me il concetto di mistero non è attribuibile unicamente alla letteratura “poliziesca”, ma si può estendere al sociale, al mondo dell’arte, al fumetto, al cinema, alla comunicazione in generale. Abbiamo avuto ospiti di ogni genere, dal direttore di S. Vittore al critico d’arte che indagava sui falsi di Van Gogh. 

.Milano, forse più città della moda che dei libri. Che ne pensi?

Devo dire che non mi piace. Negli ultimi anni Milano sta diventando una città di boutique. Ha chiuso la storica cartoleria De Magistris; chiudono locali e il giorno dopo ti ritrovi un’enorme vetrina con abiti, il che è altrettanto interessante dal punto di vista dell’indagine perché ti rendi conto che, in un periodo di crisi economica, nessuno si compra un blazer al giorno, forse la mafia russa, da giustificare l’apertura di una nuova boutique: per cui è abbastanza evidente che esista un discorso, non faccio nomi, di riciclaggio di denaro sporco. E così una città perde la sua identità. Anche la terribile, per me nefasta, notizia che ormai è diventata una realtà, dell’abbattimento della vecchia fiera di Milano a favore dell’apertura a del polo Rho-Pero è sintomatica, stanno addirittura cambiando la connotazione della città. Credo che se partissi adesso per qualsiasi luogo e tornassi tra quindici anni, troverei la città irriconoscibile, e questo è brutto.

.E’ risaputo, e conoscendoti di persona lo confermo, che sei proprio un gran bell’uomo, hai anche avuto esperienze di fotomodello in passato: la tua idea di bellezza?

Io sono un bel tipo indipendentemente dalla bellezza, ti faccio un esempio: due grandi attori del cinema francese degli anni settanta erano in contrapposizione proprio esteticamente se vuoi, uno era Alain Delon, l’altro era Jean Paul Belmondo che aveva lineamenti irregolari, il naso deviato da pugile ma una faccia da canaglia che sfumava da dieci a uno la bellezza di Delon. Sono convinto che la bellezza sia soprattutto personalità, magari anche espressa fisicamente, forse la bellezza ha qualcosa anche di animale; tornando anche al discorso della guerra alla tecnologia, credo che l’uomo non deve mai dimenticare di essere un animale, e l’animale non deve mai dimenticarsi di essere uomo. 

.Sul tuo sito ho ritrovato nei Pinketts Must la frase: “Donne: Angelicate o, in alternativa, mignottoni”. Che rapporto hai con le donne?

Ottimo direi! Siccome io mi occupo di mistero, e le donne per l’uomo rimarranno comunque un eterno mistero, io mi occupo profondamente di loro, e poi appunto l’eccesso, il mignottone rispetto alla donna angelicata fa si che ci sia un’enorme circolarità di personaggi che ti arricchiscono proprio perché vanno decifrati, capiti, amati, lasciati e ripresi, odiati, comunque corteggiati. In fondo è un po’ come corteggiare la propria fine: ho scritto un libro, Fuggevole Turchese, in cui la morte veniva vista come … si può scrivere su G.A.Z? … come un sedere - stavo per dire un paio di chiappe inguainate in pantaloni turchesi - per cui tu non vedi la morte in faccia, vedi il sedere della morte che è un sedere che ti attrae e lo segui per strada, è la sconosciuta. Nel momento in cui la vedi in faccia e quindi hai risolto l’incontro sei morto. Finche continui a seguire qualcosa, che sia un sedere, un’idea, un’ideologia o un progetto resti vivo. 

.Grazie Andrea del tuo tempo, ci rivediamo qui come sempre il giovedì al Sud Dinner Bar a fare come dire … il Punto di Pinketts!  Andrea scusa … G. sta per?

Genio!                                                                                                  

                                       ( Intervista di Elisabetta Friggi e Michela Tieppo )


 
 
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