La Gazzetta del Mezzogiorno
05 agosto 2016



Definirlo scrittore ap­pare riduttivo, citar­lo per le sue riusci­tissime inchieste giornalistiche non riassume tutto quello che in effetti gli in­teressa. Andrea Pinchetti, me­glio conosciuto come Andrea Pinketts è difficilmente defini­bile e faticosamente ascrivibile in una categoria: un vero e pro­prio «animale da palcoscenico», nel senso positivo e lusinghiero del termine, capace di cataliz­zare l’attenzione su di lui e am­maliare lo spettatore con un elo­quio quasi onirico, che poi d’im­provviso si fa reale e si con­densa in una battuta agrodolce. Uomo affabile e soprattutto col­tissimo, proprio lui che fu espulso dal liceo per intempe­ranze giovanili, Pinketts, pro­babilmente, è soprattutto l’uo­mo delle contraddizioni. Ecco perché piace al grande pubbli­co, che riconosce, nelle storie narrate da uno degli scrittori più amati, quel tocco di verità che viene sempre a galla, no­nostante la scrittura visionaria e piegata ai giochi parole. Ospi­te a Maratea, nell’ambito della rassegna letteraria «Alta ma­rea», riuscitissimo appunta­mento culturale da diversi anni, Andrea Pinketts ha accettato di rispondere alle nostre doman­de, ma chi spera di carpire no­tizie sulla sua ultima fatica let­teraria «La capanna dello zio Rom» (Mondadori), rimarrà de­luso: l’autore non si sbottona e alimenta la curiosità attorno ad un titolo che stuzzica.

Si è cimentato solo sempre con il thriller о ha mai pensato di esplorare altri generi?

«In verità, non ho mai scritto thriller veri e propri о dei gialli. Forse dei noir, perché noir vuol dire tutto e niente. Ho sempre scritto delle storie alla Pinketts, che poi sono state catalogate a seconda dei giudizi esterni. Ma per me è irrilevante. Anni fa, per esempio, ho pubblicato il romanzo “Ho fatto giardino”: in una libreria l’ho trovato nel re­parto giardinaggio, ma parlava di tutt’altro. Del resto, io parlo sempre di tutt’altro, rispetto a ciò che scrivo».

Di cosa tratta allora «La ca­panna dello zio Rom»?

«Della vita. Perché, modestia a Pinketts, proprio come il gran­de Shakespeare, a me interessa tutto. I temi essenziali sono l’amore e la morte, e in mezzo troviamo la nascita e la vita. Ecco, io racconto tutto quello che c’è in mezzo. Con toni estre­mi, a volte leggiadri. Non credo si possa parlare di giallo о di romanzo mistery in senso stret­to: nelle opere di Agatha Chri- stie, è importante la suspense e poi la soluzione del mistero. Per me, il mistero rimane anche do­po la fine del romanzo, anche dopo la soluzione. Perché quello della vita e della morte è il vero mistero, per tutti».

E dunque, c’è qualche altro ge­nere che potrebbe voler esplo­rare?

«Io non mi sono mai cimen­tato con un genere solo. Ad esempio, ho scritto un musical con Francesco Baccini e anche lì, c’era di tutto, perché, secondo me, è giusto che sia cosi. A meno che non si sia davvero scrittori di genere, è difficile non lasciar­si andare alle contaminazioni. Per quanto mi riguarda, io sono piuttosto uno scrittore de-gene- re!».

Quando scrive, pensa ad un pubblico di riferimento? Op­pure è il pubblico che poi si orienta naturalmente sulle sue opere?

«Io penso sempre a delle ra­gazze, con un identikit ben de­finito: tra i 23 e i 91 anni, età alla quale è giunta Fernanda Piva­no. Oppure 85 anni, l’età di Mar­ta Marzotto, mancata da poco. Penso, insomma, a delle «ragaz­ze» brillanti. Agli uomini, in­vece, non penso, perché ho già la loro complicità. Mi sento uno scrittore estremamente femmi­nile, proprio perché, di fatto, io non sono per nulla femminile. Un vero e proprio paradosso: ma d’altro canto, ciò che scrivo si basa proprio sul paradosso».

È la prima volta che viene in Basilicata о la conosceva già?

«No, ci sono stato parecchie volte. Mi piace, perché è un luo­go in cui poter ritrovare se stes­si, un posto che induce a pen­sare. Ma è anche questo il mo­tivo per cui non mi piace, poiché è un luogo bellissimo in cui fare una resa dei conti con se stessi. Uno scenario quasi western, se­ducente e allo stesso tempo ag­ghiacciante».

Un'ultima domanda: cosa con­sigliare a chi vuole diventare scrittore?

«Iscriversi a un corso di pa­racadutismo, perché bisogna imparare a cadere bene».

di LUCIA DE GREGORIO


 







 
 
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