Il Mattino, 22 luglio 2005 

"Io, milanese e la mia idea di Napoli"

Napoli, secondo me, non è a Napoli. E' anche lì certo, ma incidentalmente. Secondo me Napoli è altrove. In una specie di ovunque fatto da persone che se la portano dentro e addosso come i vestiti nuovi dell'imperatore. Io, che sono nato a Milano faccio parte di una genia che, secondo una credenza popolare si nutre di panettoni e "casseoula" (un piatto caldo che con questo caldo sconsiglierei anche a un eschimese). Ma abito, guarda caso, in piazza Napoli. E la signora Mendillo, l'anziana madre dell'avvocato del primo piano, ogni volta che mi incontra in ascensore mi intrattiene fino all'ottavo piano (e io abito al quarto) dicendomi quanto sono cresciuto. Notare che sto per compiere quarantaquattro anni (in fila per sei col resto di due). Napoli, secondo me, non è a Napoli. E' in via Vespri Siciliani, dove ogni anno si celebra la festa del Giglio per i napoletani a Milano. Il fatto che una festa napoletana si svolga in via Vespri Siciliani la dice lunga sulle contraddizioni di una città che è, a mio parere, più che altro un'idea. Napoli, secondo me, non è a Napoli. E' a Bellamonte in Trentino, dove quand'ero un bambino d'estate, nella sede estiva di un prestigioso collegio, adoravo un anziano cameriere napoletano. Si chiamava Mimì la Civetta. Quando distribuiva il gelato, una misera pallina alla crema, ce lo presentava a gran voce come un "gelato all'americana, sette gusti sette colori" e noi ci credevamo. Napoli era in Trentino. Napoli, secondo me, non è a Napoli. All'hotel San Pietro di Positano, uno dei più prestigiosi del mondo, ho visto donna Virginia Attanasio spiegare la napoletanità a quel mandingo di Denzel Washington. In quella Positano dove stasera, a Palazzo Murat, presenterò il mio romanzo "L'ultimo dei neuroni" per la rassegna "sole, mare e cultura". In un bar di Little Italy, a New York, ho simpatizzato con un napoletano che mi ha invitato nel ristorante di sua proprietà a Broadway. Ci sono andato e ho scoperto che il mio amico faceva solo il cameriere. Ma il proprietario, un irlandese nerboruto, mi ha spiegato "Meglio lasciarglielo credere. Senza di lui non avrei un cliente". E Napoli era a Broadway. Nei primi anni novanta, quando facevo il giornalista investigativo, ho incastrato, da infiltrato, un tentativo di racket camorristico sulla riviera romagnola. E Napoli era a Cattolica. Ma Napoli non è una cravatta di Marinella da esportazione. No, Napoli è il cappio al collo che mi ha messo ai tempi una ragazza di Posillipo di nome Marinella. Ci siamo conosciuti a Cuba. Per me Napoli non è l'arte di arrangiarsi. E' l'arte di Giordano Bruno, Giambattista Vico e Tommaso Campanella, in filosofia. Per chi suona la campanella? Un nome a caso, Pietro Bernini nella scultura, Andrea da Salerno nella pittura, Cosimo Fanzago in architettura, Totò nel cinema, Eduardo e Peppino (in ordine alfabetico) nel teatro. Dovrei parlare di letteratura citando Di Giacomo o Torquato Tasso? No io scrivo gialli. Preferisco ricordare le mazzette che non ha preso Veraldi (traduttore di Chandler) in cui l'ironia si accompagna alla feroce denuncia dei "nasi di cane". Preferisco pensare che i bassi di Napoli diventino tenori o baritoni in tutto il mondo. I soprani di sesso maschile, che voi chiamate "femminielli" e noi "culattoni". Preferisco concordare con Thomas Fuller che dice: "Gli uomini, non le case fanno le città". Napoli, secondo me, non è a Napoli. Ma è anche dentro di me. E non vedo l'ora che o'munaciello incontri la Monaca di Monza.

 

Andrea G. Pinketts

 


 
 
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