Il riformista,13 luglio 2006

Pinketts e il giardino sul bancone

 Tre giapponesi ubriachi seduti al tavolo di poker. Uno di loro rilancia forte, ha il punto giusto. Giusto per tutti, tranne che per Lazzaro Santandrea, che, con nulla in mano, gli sorride e gli spiega la regola che, evidentemente, l'orientale ignora: "Ho fatto giardino. Il piatto è mio". Bluff grande quanto la vita, l'ultimo Pinketts chiude la saga del suo alter ego Lazzaro, morto e risorto, all'ottavo capitolo, giocando come mai sulla parola, destrutturando il nior in capitoli tripli e zero, forte nei suoi numeri funambolici del Premio Le Muse che già fu di Palazzeschi. Eccolo dunque con "ho fatto giardino" (Mondadori). Là dove il giardino è un bluff, ma non solo delle carte. E' il bluff della vita sulla morte, l'inganno supremo che ognuno deve porre in essere per sopravvivere. Divertente, istrionico, ma anche, sotto sotto, assai malinconico il protagonista. Lazzaro Santandrea indaga la città di Milano ricostruendone la storia attraverso i suoi locali. Quasi che la vita fosse un intermezzo tra una birra e un Cuba Libre, nella compagnia gaudente e a volte funesta sul bancone degli ormai sempre più sparuti bar, inghiottiti, uniformati, omogeneizzati dagli anonimi Mc Donald's: tutti uguali, privi dell'atmosfera tanto cara all'autore. E Lazzaro parla da solo con uno di questi defunti locali, Le Trottoir, come in una vecchia canzone di Jannacci fermo a urinare davanti al Naviglio. Vede tutto intorno a sé tramontare, deperire, come gli anni che passano. E allora bluffa. Finge di non invecchiare mai. E si ritrova ancora, come un ragazzino, ad indagare su una leggenda metropolitana, la Bumba, misteriosa droga che cura il raffreddore, nella continua spola tra l'ombra della Madonnina e Saint Tropez. Ritrovando così quel circo di personaggi ed ambientazioni uniche, dalle corse violente di paralitici in carrozzina, alle befane assassine, al fantasma evocato di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio. E una corte dei miracoli di amici e persone prese a prestito, volenti o nolenti i soggetti, dalla vita reale: da Pogo il dritto, architetto vocato al taxi a un giornalista tarchiato e nervoso che ha il peggior viszio di somigliare, almeno nel nome, a chi scrive: Edoardo Montoya, abile trovatore di guai. E sono personaggi che tutti bluffano, come lui: le dark lady ancora bellissime ma sciupate dalla vita che ancora pensano di essere modelle, o i diffusori della leggenda della Bumba, che uccidono perchè tutti credano che la droga esiste. Omicidi terribili, spettacolari. Ma mai terrificanti quanto l'ossessione di Pinketts. Ossessione ovviamente descritta a modo suo, con il segno distintivo che lo rende riconoscibile tra mille: "Il tempo uccide tutti, amori compresi. E' uno spietato killer demotivato da quando è stato dimenticato da Dio. Dio lo ha creato con le migliori intenzioni, poi si è distratto. In effetti, aveva un sacco di cose a cui pensare. E' stato un po' come lasciare aperto il rubinetto del gas nel condominio della Torre di Babele. Un'esplosione. E'questa la vera genesi del Big Bang. Da allora sono tutti morti, tranne voi e me. Vabbè! Io sono un raccomandato di ferro. Mi chiamo Lazzaro". Pinketts dice che non scriverà altre storie con il suo beniamino, che vuole consegnarlo così all'eternità. Sarà, ma il fatto che il tema del romanzo sia il bluff, lascia qualche dubbio sulle sue vere intenzioni.

 

Edoardo Montolli


 
 
  Site Map