gq-logo-italia









di Edoardo Montolli

 

2.News

La Capanna dello zio rom, il noir di Pinketts, raccontato da uno dei protagonisti


Il capitolo nove della saga di Lazzaro Santandrea per Mondadori, visto da Edoardo Montolli, alias Edoardo Montoya, tra i protagonisti del noir dello scrittore milanese

Sta seduto a un tavolino de Le Trottoir, su in darsena, coi navigli che da qualche anno sembrano nuovi di zecca, affollati di bar e centri commerciali. L’ultima volta che c’ero stato c’era ancora la fiera di Senigallia (o Sinigaglia, non ho mai capito come si chiamasse), la puzza dell’acqua torbida. E i parcheggi. Ora è tutto bello, pedonale. Ma, se arrivi da fuori città, o ti presenti volando o sganci 5 euro l’ora per piazzare la macchina in un garage. Tipo che stai sei ore e ti conviene la multa.

Andrea G. Pinketts il problema non ce l’ha. La patente nemmeno più, da qualche decennio. Cammina sempre. Giorno e notte.

Cammina sempre, ma anni dopo lo trovo sempre lì, a Le Trottoir.

Manco annusasse nell’aria che ci dobbiamo vedere. Va avanti così da vent’anni. Che sia giorno o piena notte.

Borsalino. Camicia hawaiana. Toscano con cenere sparsa un po’ ovunque. E la solita borsa piena di manoscritti, numeri di telefono appuntati su foglietti, ex fidanzate disperate o infuriate che gli mandano dediche o insulti.

I romanzi li scrive al piano di sopra, tutti rigorosamente a penna, esclusivamente Montblanc. C’è pure scritto sul muro:Sala Andrea G. Pinketts. E per lui è una specie di saloon.

Quando lo inquadro da lontano, penso a cinque anni fa. UscivaDepilando Pilar, ottavo capitolo della saga di Lazzaro Santandrea. «È l’ultimo, fidati» mi disse.

Nel romanzo, a fianco di Lazzaro appariva per la seconda volta un tipo tarchiato che fumava una sigaretta dietro l’altra. Sempre maledettamente nervoso, “devastato dall’età” nonostante non avesse ancora quarant’anni. Tutto bene, tranne che per il nome e la biografia: Edoardo Montoya, costruito sulla (falsa) immagine di chi scrive. Gli chiesi una cortesia: «Senti Andrea, casomai non fosse l’ultimo tuo romanzo… c’è questa figura che pare somigliarmi un po’, questo Edoardo Montoya…»

«È un caso, non sei tu».

«Sì, lo so. Però pure la biografia è simile. Cioè, mi mette un po’ a disagio. C’è questo tipo che fuma una sigaretta dietro l’altra…»

«Ma è vero».

«Sì, però è pure devastato dall’età…»

«Eh…»

«…per dire, casomai non fosse l’ultimo, non infilarcelo più. Te l’avevo già chiesto un libro fa. Finisce che mi metto a pensare come lui, camminare come lui, capisci?»

«Ti vedo nervoso, te l’ho mai detto?».

«Sì, la notte del colombiano».

«Chi?»

«Quello che ti voleva sparare».

«Ah, già».

«Eh già».

«Però ce la siamo cavata».

«Sì, ma le pistole mi rendono nervoso. Non lo metti più Montoya, siamo d’accordo?»

«Certo. Stai sereno».

Ecco, l’avesse detta oggi quella frase, avrei mangiato la foglia. Ma cinque anni fa.

Sicché è successo ancora. Peggio, mi ha portato i delinquenti (di carta) in casa.

Lo raggiungo al tavolo: «Hai scritto un altro libro».

Mi fissa negli occhi. E tira una boccata al sigaro: «Sì, ma è l’ultimo, fidati».

Cominciamo bene.


La Capanna dello zio rom
Ora, i titoli dei romanzi di Pinketts rispecchiano molto i suoi giochi di parole. Il primo, una vita fa, fu
 Lazzaro, vieni fuori, una frase dal Vangelo di Giovanni. Pensavo a una cosa religiosa. «No, è che fa molto western. Suona come: Lazzaro, vieni fuori che ti faccio un culo così».

E così cominciò tutto. A partire dal West in cui trasforma le città, i duelli metropolitani nei suoi noir, il faccia a faccia con l’orrore. E poi i giochi di parole: L’assenza dell’Assenzio, Il conto dell’Ultima cena. Oppure Ho una tresca con la tipa nella vasca (che sono racconti, ma è per rendere l’idea).

Ma certo La Capanna dello zio rom, il nuovo noir per Mondadori, li batte tutti.

«Frequentando quotidianamente romeni mi ero accorto dell’ignoranza sovrana con cui spesso si confondono rom e romeni, solo perché hanno una radice comune nel nome. Che poi, volendo, è la stessa di romani. E infatti, per contro, tra romeni e romani esistono identità latine comuni».

Quindi?

«È che ci sono rom romeni, italiani, spagnoli. Peraltro tra romeni e rom romeni non corre per nulla buon sangue. Non è vero che tutti i rom delinquono. E nemmeno è vero che chi delinque vada giustificato. Soprattutto non sono da confondere. Volevo fare un romanzo che sradicasse davvero, a differenza deLa Capanna dello zio Tom, un pregiudizio. Non sui neri, ma su romeni e rom: quindi ci sono i cattivi veri che vogliono dar fuoco ai campi rom. E i falsi buoni, che sono pure peggio. Un po’ come nella realtà. Nessuno dei due gruppi afferra la questione. Un libro politicamente scorretto da qualsiasi latitudine tu lo legga».

Come dire che il Male è un gioco di ruolo e si annida in ogni angolo. Specie dove è più pulito, come alla La Capanna dello zio rom, un locale con sedi a Milano e Bucarest, luogo in cui va di scena l’orrore. E stavolta a manovrare gli psicopatici di turno c’è l’ombra dell’Esecutore, figura oscura e impalpabile che tiene banco fino all’ultima pagina. Forse il personaggio più inquietante che Pinketts abbia mai creato.

Intorno a lui si muore a ripetizione. E la crudeltà è meticolosa nell’infilare un delitto dietro l’altro. Ma questo è l’orrore pinkettsiano, un inferno colorato dove si ride anche, di gusto. Dove l’atmosfera è appunto western. Lazzaro è un po’ John Wayne, nel senso di duro e senza macchia, e un po’ Bud Spencer nella parte di Bambino (Lo chiamavano Trinità), perché anche quando fa giustizia a suon di pugni, sembra non voler fare realmente male al nemico.

Ed è un inferno dove c’è anche un antidoto per uscirne: Ossitocina, che è l’ormone dell’amore. Solo che nel libro è pure l’ennesimo strambo nome di una ragazza di cui Lazzaro si innamora, vedendola fuori dal supermarket in attesa che il cane le porti fuori la spesa.

«Mi piaceva l’idea del cane dentro e lei fuori, al contrario che nella vita quotidiana».

Un po’ come il suo mondo: la gang di Lazzaro (Lazzaro, Pogo il Dritto, Antonello Caroli) è reale e pulsante. Ma vive senza schemi e, finché può, prende a calci la vita prima che i sogni prendano il sopravvento.

Anche perché i loro sogni, nello specifico, li scrive Pinketts, uno che di recente, causa intervento chirurgico delicato con anestesia totale, ha avuto incubi.

«Vero?» chiedo incredulo.

«Sì. Un mese e mezzo di incubi terribili».

«Uh, addirittura. Non riesco a immaginarlo».

«Dormivo e vedevo nel buio questi bastoni da passeggio con la testa a becco di anatra che volevano colpirmi».

«…Ma che cazzo di incubo è?!»

«Mah, ero in tunnel».

«Tipo con la luce in fondo?… Starai mica diventando credente…».

«No. Diciamo che sono uscito dal tunnel come un gentleman, con un bastone da passeggio».

È sempre la solita storia. Da vent’anni. Questione di “senso della frase”, come il titolo del terzo capitolo della saga. Senso della frase e scazzottate. Lazzaro come Pinketts (colombiani permettendo).

D’altra parte, su come la pensi in materia religiosa, lo scrive pure, a modo suo. E, quando vuole, è lapidario: “Dio ha un sacco di testimoni poco attendibili”.

Fine della questione.

Però non è che posso andarmene così: «Senti, a proposito di questo Montoya… Nel libro mi hai portato pure i delinquenti a casa».

Mi rifissa negli occhi e pare sbalordito: «Ma non sei tu».

«Sì, lo so. Però pure la casa è la stessa, la famiglia, i figli. Non è per cattiveria. Ma non metterlo più nei prossimi romanzi».

Toglie il cappello e si gratta la testa.

Poi tira una boccata di fumo: «È l’ultimo, fidati».

http://www.gqitalia.it/news/2016/08/02/la-capanna-dello-zio-rom-il-noir-di-pinketts-raccontato-da-uno-dei-protagonisti/


 
 
  Site Map