Il giornale Milano, 12 maggio 2005 

Pinketts, lo scrittore si diverte e fa il Coro nel "Pericle" di Brivio 

 

Immaginate lo scrittore Andrea G.Pinketts in teatro, obbligato a privarsi del sigaro in bocca, mentre domina gli sviluppi di un dramma shakespeariano "dall'alto", intento a entrare e uscire dalla favola come narratore-regista, usando locuzioni arcaiche e metri desueti (lui che dell'invettiva verbale e dell'invenzione barocca si nutre dalla nascita): un Pinketts "Coro greco", a volte quasi più simile a un Dio (e in questo lui non ci troverebbe nulla di male). Aggiungete il titolo della tragicommedia, Pericle, Principe di Tiro, che già solo per il "retrogusto arcaico" ci allontana ancor di più dalla visione del nostro sano Pinketts surreale, e avrete una sconvolgente nuova immagine dello scrittore "neo amico intimo" del Bardo: eppur è questa la nuova "forma artistica" dello scrittore milanese che si potrà gustare al Teatro Ariberto fino al prossimo 22 maggio, dove appunto andrà in scena il Pericle, Principe di Tiro firmato dal regista Roberto Brivio. 

D.: Com'è finito nel "Pericle"?

R.:In realtà non dovevo proprio entrarci, perchè il ruolo doveva inizialmente interpretarlo lo stesso Brivio, ma l'idea di affidare la funzione del Coro a uno scrittore abituato all'azione (e il Pericle ne ha molta), e in più alla teatralità e gestualità esagerata, ha prevalso su quella che inizialmente sarebbe stata la scelta più "professionale". Sia ben chiaro, sono lusingato di essere stato scelto per un ruolo così importante, ma mi sento oltremodo intimorito: già da ora, e lo faccio ogni giorno in prova, chiedo scusa ai veri attori che mi circondano".

D.:Il ruolo del "Coro" le calza a pennello...

R.: Ma potrebbe anche rivoltarmisi contro. La trama del dramma shakespeariano è talmente entusiasmante che i miei interventi per spiegare ciò che non si vede, o addirittura per commentare un evento, potrebbero scatenare le ire del pubblico, che in realtà se ne frega di me e vuol vedere solo come prosegue la storia: potrei tramutarmi in un didascalico "Coro rompipalle" di un dramma a lieto fine.

D.:Oltretutto la lingua di Shakespeare per il Coro "Gower" è quanto di più lontano dalla sua.

R.: E infatti il mio ruolo in questo spettacolo è quello di migliorare finalmente la lingua di Shakespeare. A parte gli scherzi, mi piace la commistione di generi letterari, nutrirmi dei più disparati stili, ma state certi che mi prenderò qualche licenza, improvvisando sul palco: mi è stato concesso nonostante abbia di fronte tanto di copione su un elegante leggio. E poi io e Shakespeare abbiamo tante cose in comune, il gusto per il gioco di parole, per l'invenzione linguistica, ma soprattutto l'assoluto disinteresse per la trama: lui copiava storie già esistenti restituendo la refurtiva con gran classe, io me ne frego della trama dei miei libri, e dopo aver pensato al titolo penso solo ad arrivare alla fine: ho ben in testa quale sia, ma non come arrivarci.

 

Matteo Failla

 

 

                                          


 
 
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