Corriere della Sera
30 giugno 2016



-La cаpanna dello zіо Rom- di Andrea G. Pinketts  (Mondadori)

Il girovagare di Lazzaro innamorato paladino degli «indigenti dignitosi»

I thriller non rispettano I colori. E allora un giallo può confondersi con un noir senza che nessuno abbia qualcosa da dire. I mi­steri da risolvere sono casi della vita, persino la nostra. Per mettere fine alle ingiustizie bastano le quattrocento pagine della Capanna dello zio Rom (Mondadori), di Andrea G. Pinketts.

Qui le parole contano anche quando si sprecano. Prendono strade contorte, se arrivano al bivio tornano indietro e poi ci riprovano. Starci dietro è un'impresa. Come inseguire un ghepardo nella savana con il monopattino. Il filo del discorso si allunga, poi si accosta. Parcheggia, fa dei ghirigori e riparte. Muore e poi resuscita. Un po' come Lazzaro Santandrea, il Cyrano di una Milano dagli angoli bui eppure luminosi. Dove gli scarabocchi si tramutano in opere d’arte. E viceversa. Lazzaro prende le difese di chi ha ragione a prescindere. Di quelli che a colpirli si fa meno fatica che a proteggerli. E non per osse­quio al -politicamente corret­to- È che gli viene così. Di far­si amici che si premurano di dirti che non hanno niente in cambio da darti. Che ti presen­tano la bunica e poi la strabunica, che poi sarebbero la non­na e la bisnonna in romeno.

Già, perché nei suoi tragitti verso il Bene, Lazzaro fa tappa In una Bucarest mai descritta сosì da quando Ceausescu ha scoperto che il suo indice di gradimento virava pericolosa­mente verso l'abisso. Questa Bucarest che non è una città del terzo mondo «ma del quarto. E non in senso negati­vo. Il quarto mondo non è al quarto posto. Si trova primo in classifica perché è riuscito a sopravvivere a regnanti e ditta­tori, al terremoto del 1940 e ai comunisti nel Quarantaquat­tro». In un Est che bisognereb­be vederlo prima di parlare di migrazione e stranieri. Milano assiste da lontano che non vuol dire stare in poltrona come al cinema. Lazzaro svela il suo vero mestiere che, forse, è anche una vocazione. Missione, no, sa di poliziesco. -Pedinare gli indigenti dignitosi era  diventato il mio unico hobby-. Che i poveri, di solito, sono sempre anche dignitosi. Magari sono gli altri che sognano di farli sparire con uno schiocco di dita o una chiave inglese  in testa che non trovano mai sul vocabolario la parola dignità. Figuriamoci dentro il cuore e l’anima. Ma è anche vero che non hanno ne l’una ne l’altra.

Gente come l’uomo Col Loden e la sua compagna Col Parka non sanno cos’è l’estate. Quella stagione quando il sole illumina e riscalda tutti. E fa paura a chi conosce solo l’inverno dei sentimenti. E c’è poi Ossitocina, una ragazza che non fa più neanche a pugni con la vita, perché lei si è iscritta in un altro campionato. Un padre di nome Tanica l’ha fatta così. Lui latinista per sbaglio che di quella lingua ha conservato solo la polvere, lei che finisce dritta nel cuore di Lazzaro. Uno che non si impietosisce ma vede al di là dei leggings strizzati e di un cane che si chiama Lou Reed. E per chi sa di musica, vuol dire qualcosa.

Ossitocina ha conosciuto uomini che non fanno parte del genere umano. Qualche volta succede. A lei quasi sempre. E non è solo questione di statistica. Facile innamorarsi di qualcuno dell'altra specie. Santandrea con una madre che avercene, attraversa i patemi della vita, facendo slalom alle teorie di Freud, al padri assenti che quando ci sono è anche peggio. Così gli basta una scorribanda con gente dai nomi indimenticabili, locali con baristi che parlano piano, geologhe che fanno le commesse da Yamamay. E le sorelle Pozzi che cantano giusto per.

 

di Carlo Baroni

 

 
 
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